Dalle roventi strade siciliane a quelle gelide della Svezia, il flow ruvido di Youss Yakuza ha trovato casa a Bologna per crescere e svilupparsi in uno stile unico. Tanto da aver incantato un maestro del calibro di Soulle B aka Soul Boy, che, oltre al featuring nel mix tape dei Mic Flow (la crew di Youss, Lamaislam e Nasser), pare abbia detto di non aver sentito nulla del genere dai tempi di un certo Joe Cassano. Senza scomodare la memoria, mai abbastanza tributata, di Jhonny Ganjo “uppercut”, è bello constatare come Bolowood sia ancora teatro di una possibile evoluzione del rap italiano, con l’antidoto di Inoki a fare da collante. Ad ogni modo la metafora pugilistica funziona anche per le rime di Youss: raffiche di parole come tanti jab che ti tengono a distanza in attesa di piazzare un destro da ko. Un ragazzo con un passato duro alle spalle che sa di avere ancora tutto da dimostrare, ma che è abituato a combattere, al quale, per il futuro, non possiamo che augurare di sfornare dischi su dischi. Youssef El Aziz, nato a Palermo il 23/05/1988, di solito “spacca porte chiuse”, ma con noi ha sfondato una porta aperta per raccontarci la sua storia e i suoi progetti.

Come sei arrivato a Bologna?
I miei genitori sono marocchini ma vivevano in Libia. Nel 1980, dopo la morte del datore di lavoro di mio padre, hanno raggiunto alcuni suoi amici in Sicilia, a Palermo, dove nasco io. Successivamente, vivendo in furgone, abbiamo girato il centro Italia da Napoli a Roma per stabilirci a Sassuolo, in provincia di Modena, nel 1996, , nel quartiere Braida, conosciuto come “i palazzi”. A 13 anni sono scappato di casa per girare il nord Italia fino all’arresto per furto all’età di 16 anni, dopo il quale vengo portato in una comunità.

Non deve essere stato facile…
In generale ho saputo sempre guardare al rovescio della medaglia. Mio padre, ad esempio, era il classico uomo autoritario, molto violento. Nelle migliaia di chilometri fatti in macchina con lui, quando era meglio stare zitti per evitare di prendere legnate, ho ascoltato in silenzio del gran soul, funk e rap. Io al tempo non sapevo nemmeno che generi di musica fossero, ma è stata la base della mia cultura musicale.

Tornando alle tue peregrinazioni…
In comunità nascono i primi approcci con la musica: ho iniziato ad ascoltare rap e ho avuto l’opportunità di seguire il progetto musicale del gruppo multietnico Bandalarga, dove cantavo, col quale abbiamo anche suonato in giro. Non facevamo rap, ma è comunque lì che ho imparato ad andare a tempo. Sfortunatamente il gruppo si è sciolto e sono tornato a Sassuolo. La mancanza di lavoro mi ha spinto a vivere spacciando e frequentando clandestini, persone che dopo i problemi con la giustizia difficilmente riusciranno ad integrarsi. Vista la situazione ho messo le mie cose in uno zaino e sono partito di nuovo, arrivando in Svezia.

In Svezia?
Sì. Dopo vari giri mi sono stabilito lì e ho trovato lavoro. Con un dj del posto chiamato Van Lig incido il mio primo mix tape che non uscirà mai e che forse in futuro rimetterò a posto e tirerò fuori. Le cose però non vanno troppo bene è così decido di spostarmi in Norvegia, dove va ancora peggio e mi arrestano. Dopo 7 mesi di permanenza nelle patrie galere vengo rimpatriato a Milano e mi sposto a Bologna.

Fine del girovagare?
Per ora. Ai tempi nel dormitorio dove vivevo a Bologna ho conosciuto Nasser, che è del mio stesso quartiere originario di Casablanca.

E nasce Mic Flow?
Poco dopo. Frequentavamo il negozio di Lama Islam ed è nato tutto lì. Abbiamo inciso un mixtape con Soul Boy che fa skit, intro e outro con ospiti come Maury B, Inoki, Deal e Fat Fat. Soul Boy è una persona incredibile e non solo per quello che rappresenta. Lo considero un fratello maggiore e conoscerlo per me è stata una fortuna.

E da lì è partito tutto?
Sì, da lì ho conosciuto Inoki e sono entrato a far parte di Rap Pirata. Ho inciso “Fottuti giorni uguali” nel tape di Dirty Dagoes e poi ho iniziato a registrare il mio primo mix tape; si chiamerà “Incendio” e uscirà a metà dicembre. Intanto sono già uscite “Destino non consola” e “Spacca porte chiuse”.

E il dissing a Salmo?
Guarda io in genere sono una persona molto impulsiva. Conosco Inoki ormai da quattro anni e credo che non ci sia bisogno di sottolineare cosa abbiano significato i suoi lavori per il rap italiano. Quando è uscita “Stupido gioco del rap” ero in studio a registrare delle tracce mie e ho registrato il giorno stesso “2 risate con Fonzie”. Magari lui è anche un ragazzo che si è fatto da solo, non lo conosco e non volevo offenderlo, né accanirmi. Ma mi fa ridere e mi sembra Fonzie, tutto qui.

E stai lavorando anche ad un album?
Sto lavorando al mio primo album ufficiale; mi ha fatto incredibilmente piacere che Dj Skizo si sia interessato al progetto e collaborerà almeno in una traccia. Ho preso una strada più da solista anche se di crew ne ho una sola e rimarrà sempre quella ovvero Mic Flow e Rap Pirata. Ho una gran fotta e sto scrivendo tantissimo. Oramai ho quaderni pieni di testi pronti. E’ questione di tempo e organizzazione e farò uscire le mie cose. Voglio essere rispettato per la musica che faccio e solo per quello, è la mia opportunità.

Come è nato il tuo stile così particolare?
Penso di dover molto a tutta la musica che ho ascoltato da bambino, come ti ho detto prima. Crescendo ho capito di conoscere a memoria canzoni del Wu Tang Clan, di Notorius, 2 Pac o Ol’ Dirty Bastard, ma anche dei Bone Thugs-n-Armony, Big L e Big Punisher. Senza contare tutto il soul e il funk che ho ascoltato da bambino. La prima cosa che ho sentito di rap italiano è invece una canzone di Joe Cassano. In generale non mi rifaccio a nessuno e non è uno stile studiato a tavolino, mi viene naturale. Credo che tutto venga dall’ascolto, dalle ore e ore passate con la musica nelle orecchie, non esiste altro metodo per me.

Chi ti senti di rappresentare?
Viste le mie origine marocchine in molti dicono che rappresento gli immigrati, ma io sono nato e cresciuto in Italia e conosco persone di tutte le nazionalità, anche se i miei migliori amici sono italiani. In generale io rappresento senza distinzioni tutti i giovani senza un futuro, ma che lottano ogni giorno per poterselo creare. Anche se non abbiamo possibilità, soldi e a volte una casa, e altre nemmeno i diritti basilari, voglio crearmi le mie opportunità e dire a tutti che in qualche modo ce la faremo. Credo che il rap debba dare un messaggio di speranza e voglio essere portavoce del mio “popolo” che si sta facendo in quattro. Ci sono un sacco di storie da raccontare senza parlare sempre di cazzate come gioielli e vestiti.

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