Roberto Spagnoli è una voce importante dell’antiproibizionismo italiano. Dal 1991, ai microfoni di Radio Radicale, fa il punto sulle droghe attraverso il suo “Notiziario”. Il suo interesse per la questione risale agli anni ’70 grazie alla lettura dei libri di Giancarlo Arnao che al tempo controinformava sulla cannabis, la sostanza illegale più diffusa nella nostra società, al fine di insegnare ai giovani a non abusarne e neanche averne paura.

Un decennio dopo Spagnoli ha iniziato a occuparsi attivamente di politica sulle droghe: appartiene alla generazione che ha fatto il ’77, che ha vissuto quella straordinaria stagione di grandi spinte libertarie ma anche di violenza politica e che si è trovata di fronte al diffondersi massiccio dell’eroina e alla comparsa dell’Aids. Ha partecipato a tutte le mobilitazioni contro il proibizionismo e dice di non avere intenzione di smettere, tantomeno ora.

Subito una boutade: possiamo parlare di politica sulle droghe anche se non è nel patto di governo?
Dobbiamo parlarne. Il fatto è che la politica non fa nulla. Salvini ripete che la “droga” fa schifo e che andrebbero quintuplicate le pene per gli spacciatori. Di Maio dichiara che la proposta di legalizzazione della cannabis del deputato cinquestelle Mantero è buona però non è nel contratto di governo. Più che una boutade direi che è quello che accade: se ne può anche parlare ma la politica delle droghe non è nel contratto di governo e dunque non esiste.

Senza allarmare il governo parlando di legalizzazione, vogliamo ricordare che è ugualmente possibile intraprendere una politica ragionevole?
Certo che è possibile. Lo dimostrano le esperienze di Portogallo e Svizzera. Entrambi i paesi hanno sottoscritto la convenzione unica sugli stupefacenti del 1961, ma questo non ha loro impedito di adottare politiche ragionevoli e pragmatiche. Sarebbe possibile anche in Italia nonostante l’attuale normativa proibizionista e rispettando le disposizioni dalle convenzioni internazionali dell’Onu.

Quindi basterebbe guardare alla Svizzera?
Di fronte a una situazione nelle città divenuta insostenibile, la Confederazione scelse di fare della “riduzione del danno” il quarto pilastro della sua politica in materia di droghe. La “riduzione del danno” è insieme una politica, un metodo e una pratica. In questo quadro è stato intrapreso il programma di somministrazione sotto controllo medico di diacetilmorfina, cioè di eroina. Dopo quasi trent’anni questa scelta si è dimostrata efficace, appropriata ed economica e i dati lo dimostrano ampiamente: chi lo nega è in malafede o non sa di cosa parla. Del resto i cittadini svizzeri l’hanno confermata in vari referendum.

Quale potrebbe essere un primo passo per quel che riguarda la cannabis?
Bisognerebbe consentire la coltivazione personale di un certo numero di piante e la detenzione personale di un certo quantitativo di sostanza in modo da rendere non più conveniente il ricorso al mercato illegale. I cannabis social club sono un altro strumento possibile. In prospettiva la cannabis dovrebbe essere trattata in maniera analoga all’alcol e al tabacco, sostanze per altro molto più pericolose. Una misura indispensabile è inoltre l’abolizione delle sanzioni amministrative per la detenzione personale: non solo per la cannabis ma per tutte le altre sostanze illegali.

La ricerca in Italia è indipendente?
Le droghe e il loro uso vengono studiati sotto l’aspetto clinico, epidemiologico, sociologico, statistico, economico. Nel periodo in cui il Dipartimento politiche antidroga fu diretto dal dottor Serpelloni, dal 2008 al 2014, vennero enfatizzate le ricerche neuroscientifiche sui danni prodotti dalle sostanze psicoattive per sostenere le scelte repressive del governo Berlusconi. Il problema non è la ricerca in sé, ma la strumentalizzazione che ne fa una certa politica.

Anni e anni di iniziative antiproibizioniste non hanno smosso più di tanto le cose, in cosa sbagliamo?
La legge del 1975 che per la prima volta depenalizzò in Italia l’uso personale fu ottenuta grazie alla battaglia del Partito radicale che culminò con la disobbedienza civile di Marco Pannella che fumò pubblicamente uno spinello. Il referendum del 1993 che abrogò le parti più repressive della legge Jervolino-Vassalli fu il risultato di una mobilitazione dei radicali capace di far convergere un ampio fronte politico e culturale sulla proposta. Contro la legge Fini-Giovanardi, invece, non si riuscì a realizzare un’opposizione efficace. Bisognerebbe costruire un fronte comune su alcuni punti condivisi e aprire il confronto nell’opinione pubblica. In Italia ci sono associazioni, gruppi, esponenti politici, operatori, medici, studiosi, giornalisti, artisti, cittadini comuni favorevoli a una diversa politica delle droghe. E ci sono milioni di consumatori. Occorre trovare i modi e le forme perché queste energie raggiungano una “massa critica” capace di pesare sulle scelte politiche.

Da autore e conduttore del “Notiziario antiproibizionista” tu sei un paladino contro la disinformazione. A questo proposito: a che livello siamo in Italia?
Pessimo. A parte alcune testate, nella gran parte della stampa nazionale continuano a prevalere la cronaca e il sensazionalismo per non dire, in alcuni casi, vera e propria disinformazione. A livello locale è anche peggio. È una questione complessa, legata al funzionamento dei media e ai condizionamenti che subiscono. C’è un problema di incompetenza di chi fa informazione, ma anche di scarsa capacità comunicativa da parte degli esperti e degli studiosi. Oggi abbiamo la rete e i social, ma il rischio è quello di cedere alle semplificazioni o di parlare solo a un pubblico già convinto.

La stessa cannabis light vive su un terreno minato dai pregiudizi.
Le norme che ci sono non mi sembrano pessime. Naturalmente tutto è migliorabile, ma il problema, appunto, sono i pregiudizi e la cattiva informazione che ancora circondano la cannabis. Diverse cose sono cambiate, negli ultimi tempi, ma siamo ancora lontani da una normalizzazione del consumo come per il vino. Però voglio essere ottimista: magari un po’ all’italiana, ma penso che ci arriveremo.

Sull’utilizzo terapeutico qualcosa si muove, ma anche lì sembra che lo stigma permanga. Che fare?
Il nodo centrale è il rispetto del diritto alla salute e del diritto a scegliere il medico, la terapia e il luogo di cura. In Italia i farmaci cannabinoidi sono autorizzati dal 2007, ma i malati devono lottare contro la burocrazia, la produzione nazionale insufficiente, il costo eccessivo dei prodotti importati, l’impreparazione dei medici, le differenze normative tra le Regioni, l’atteggiamento sospettoso delle forze dell’ordine. Tutto questo non è più tollerabile. Parliamo della salute e delle condizioni di vita di decine di migliaia di persone.

di Mena Toscano
Giornalista underground dal 1999





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