Condivisione fotoDa una rapida occhiata ai social network, negli ultimi tempi sembra che un sacco di persone non facciano le cose per il gusto di farle, ma per il piacere malato di poterle fotografare con il proprio smartphone e poter dire a tutti, senza possibilità di essere smentiti: “Io c’ero”. Persone sole in ambienti freddi che condividono foto di cibi; in due al ristorante senza scambiare una parola, gustando a malapena le portate, ma fotografandole tutte, ognuno con il suo telefonino.

Da dove nasce questa esigenza? (Facendo nel frattempo raffreddare la portata, ma, chi se ne frega, in foto importa solo che sia bella). Secondo me da un’infinita solitudine e dall’incapacità di saper godere delle cose unite ad una buona dose di esibizionismo alla ricerca di quei 10 secondi di notorietà che fino a qualche tempo fa erano un miracolo esclusivamente televisivo. Insieme all’idea malsana che per godere di una cosa si debba per forza sbatterla in faccia ad un sacco di gente.

In tutto questo continuo postare attimi della propria vita inerenti al cibo è stato recentemente svolto uno studio dalla dottoressa Valerie Taylor, psichiatra presso l’Università di Toronto, che afferma che fotografare ossessivamente i pasti potrebbe rivelarsi il segnale di un disturbo serio tutt’altro che sottovalutabile. E se per la dottoressa l’ostentazione di questo tipo di immagini potrebbe indicare una malsana votazione al cibo, altri studiosi hanno collegato il foodstagramming (da food = cibo + Instagram, la famosa applicazione che permette di scattare foto e condividerle con gli altri utenti) all’incremento dell’obesità nel Paese. Persino il quotidiano britannico The Guardian, ha pubblicato una statistica su cosa viene maggiormente fotografato e condiviso nei social media: il 25% delle foto ritrae ciò che mangiamo quotidianamente, il 22% immortala i nostri esperimenti culinari, il 12% è dedicato alla food art e l’8% riguarda foto atte a descrivere ristoranti e locali vari, solo il restante 33% viene impiegato per descrivere occasioni speciali che non includano necessariamente gli alimenti.

Foto social networkLe statistiche parlano chiaro, il cibo sta avendo la meglio su di noi, e se alcuni ristoranti all’estero hanno categoricamente vietato ai clienti di fotografare i loro pasti, altre persone hanno fatto della food art il loro business, organizzando corsi di food photography. Per quello che riguarda l’Italia, una recente ricerca europea realizzata da OnePoll per Samsung ci dice che da noi ogni 60 secondi vengono scattate e condivise 3.572 foto, per un totale di 5 milioni al giorno, delle quali 1 su 5 è creata appositamente per essere condivisa in digitale con gli amici. Una vera e propria mania in costante aumento nel nostro Paese che in Europa è superata solo dalla Spagna per velocità di scatto e condivisione: postano in meno di un minuto 1 cittadino spagnolo su 4, 1 italiano su 5 e a seguire 1 su 10 in Gran Bretagna, Francia e Polonia. Per il 73% il canale social preferito è Facebook, seguito da Twitter (11%), Instagram (9%), Flickr (4%) e Pinterest (1,6). Siamo dei veri campioni di condivisione di immagini on line non solo per quantità – mediamente 3,3 miliardi di foto ogni mese – sia per velocità, visto che il 64% del campione le carica on line entro una settimana dallo scatto.

Un altro campanello d’allarme è lo stravolgimento del significato della parola condivisione, che letteralmente dovrebbe indicare il “dividere con” (gli amici presenti fisicamente). La condivisione sui social network è l’esatto contrario di quello che la parola significa in realtà. Invece che stare insieme alle persone condividendo con loro il tempo e le emozioni, si fa una foto e la si carica in internet: in questo modo si elimina l’esperienza soggettiva e tutto quello che dovrebbe essere vissuto è sostituito da una foto che cristallizza l’attimo. Rischiando di trasformare noi e quello che ci circonda in una serie di belle pose per i posteri. In più se si posta una foto durante una cena tra amici, per forza di cose ci si isola fissando lo schermo del telefono, e la “condivisione” virtuale ha ancora una volta la meglio su quella reale. Secondo Erich Fromm: “Se credo di aver incorporato un’immagine di un dio, di un padre, di un animale, essa non può né essermi portata via, né eliminata, inghiotto simbolicamente l’oggetto e credo di averlo incorporato dentro di me”.

Ma non si può sostituire la realtà quotidiana con delle immagini che la rappresentano. Il consiglio dello studioso è quello di “essere davvero presenti nei luoghi in cui vi trovate”. Vivete la vita invece di condividere le foto. C’è la stessa differenza che passa tra la gioia di dare e condividere e l’avidità di chi accumula cose, col rischio di diventare ciò che si possiede, o, ancora peggio, ciò che si “posta”.





One Comment

  1. Non mi trovo totalmente d'accordo con l'articolo perchè, secondo me, molto nel nostro rapporto con i social dipende dall'importanza che ne attribuiamo. Mi spiego meglio: un conto è caricare una foto (di cibo ad esempio) con l'intento di riscuotere consensi (o mi piace), un altro è condividere un qualcosa semplicemnte per informare gli altri di quello che ti sta succedendo. Non lo so, io con i social non ho un rapporto di dipendenza, li vedo soltanto come un modo per informare chi non è con me riguardo a cazzate o a cose che mi succedono…lo trovo più facile e veloce che raccontare, per esempio, tutto al telefono persona per persona. Se una volta quando vedevo una scena assurda lo scrivevo per sms ai miei amici, ora faccio una foto e li taggo.

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