Le-botti-grandi

Ci siamo soffermati spesso a ragionare sulla qualità del vino e dell’erba, i modi per sofisticare e alterare i prodotti sono davvero molti e in comune le due “sostanze” hanno il rischio di finire in una uniformità di sapori e sensazioni, la tendenza è produrre e immettere sul mercato quello che il mercato stesso richiede. Nel caso della marijuana stiamo assistendo ad una massiccia uniformità di produzione di varietà, tipologie e i metodi usati dalle banche del seme, si tende a produrre sempre più semi femminilizzati di razze derivate, il come e il perché ce lo ha spiegato bene Shantibaba nella sua rubrica sul numero 14. Questo porta a perdere gran parte del patrimonio genetico e va a discapito della caratteristica propria delle bio-diversità delle piante, del patrimonio genetico e del prodotto finale, la perdita quindi di una cultura della conoscenza che in questa rubrica esaltiamo puntualmente.

Nel mondo del vino la coltivazione di vitigni autoctoni ha resistito alla massiccia coltivazione di vitigni tutti uguali, i più diffusi sono Cabernet, Merlot, Chardonnay, e pochi altri attraverso una rivalutazione (almeno in Italia) dei vitigni originali negli ultimi 15 o 20 anni che ha salvato e fatto apprezzare moltissimi vitigni autoctoni di cui è ricca tutta la penisola, dal nord al sud. Oggi a mettere a rischio la diversità dei sapori è una tendenza del mercato del vino, che sopratutto nei paesi anglosassoni e nordici, che richiede ossessivamente vini “passati in barrique”, ovvero vini che hanno passato parte del loro invecchiamento in botti di rovere, come se questa pratica enologica fosse garanzia di qualità del vino. Il legno della botte regala al vino dei gradevoli profumi di vaniglia, spezie e aromi del legno stesso che esaltano le caratteristiche dei grandi vini, ma arricchiscono miseramente vini poco autorevoli. Questa pratica è molto costosa: vanno usate solo botti di rovere e una volta sola, il vino prende le caratteristiche del legno con il tempo, per questo era usata sopratutto per vini di qualità.

Ma alla maggior parte dei consumatori piacciono i vini che sanno di legno e non di vino, e subito qualcuno si è inventato una pratica veloce per trasferire il sapore del legno al vino, nel modo più semplice, ovvero mettendo il legno nel vino invece che il vino nel legno. A questo punto molti produttori hanno cominciato a riempire le botti con trucioli di rovere tostato (dal 2006 permesso anche in Italia) e di nuovo gli scaffali si sono riempiti di Cabernet, Merlot e Chardonnay, vitigni facili, conosciuti, dal basso prezzo e questa volta con i sentori che tanto piacciono al mercato. Vi cito un’offerta trovata su eBay per farvi capire a che punto siamo arrivati: “1 Kg di Trucioli di rovere francese Tostati, 30 euro. Il risultato ottenuto dalla botte di rovere in sei mesi noi lo otteniamo in un mese…” C’è chi vorrebbe vietare certe pratiche come prima del 2006; io penso che tutti vogliano poter scegliere un vino sapendo come è stato fatto, speriamo che in futuro il legislatore preveda una normativa più ristretta e che comunque sia obbligatorio scriverlo ben chiaro in etichetta. Quindi state attenti a non scambiare un “vino truciolato”, con sentori di legno, con un buon vino!

 





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