HipHop skillz

Vince Staples

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Ricordo che la prima canzone che ho ascoltato è stata “Bounce With Me” di Lil Bow Wow. Bow Wow è anche uno dei miei rapper preferiti, non mi farete cambiare idea.

In una recente intervista per TIME Vince Staples ha srotolato le sue opinioni riguardo gli anni ’90, definendoli soprattutto sotto l’aspetto musicale (attenzione attenzione) sopravvalutati. Ma come, staranno urlando le Hip Hop Headz internazionali caricando Uzi while cruisin’ down the street on their 64: la GOLDEN ERA dell’HIP HOP sopravvalutata? Certo, niente di più facile. Nei ’90 non c’era un 50 Cent e, se non dovesse bastare, i ’90 non hanno avuto nemmeno un Kanye, dice Staples. Vince si è poi (parzialmente) salvato in corner ammettendo che Tupac e Notorious B.I.G. sono le fondamenta imprescindibili della cultura Hip Hop del decennio precedente, ma in ogni caso abbiamo capito che il giovane rapper californiano è uno a cui piace toccarla piano. Il ragazzotto è del ’93 e questo è un dato che sicuramente aiuta a comprendere il motivo per cui si trova ad essere più un fan e sostenitore del periodo successivo al 2000. Poi dai, a chi non è piaciuto Toy Story?

Nato a Long Beach, Vince Staples adora la Sprite (ora suo megasponsor) e le onde le ha sempre cavalcate al contrario confermandosi contro le tendenze assolute come una delle personalità più convincenti del panorama Hip Hop degli ultimi 2 anni. Vince manco voleva farlo il rapper, ma dopo aver deciso di mettersi alle spalle le situazioni spiacevoli di una gioventù complicata grazie all’amico LaVish incontra a Los Angeles Syd Tha Kid, Mike G ed Earl Sweatshirt – tradotto, buona parte del collettivo Odd Future. Diventano amici e qualcosa scatta sicuramente. Il primo mixtape, “Shyne Coldchain Vol.1″ (dicembre 2011) è un buco nero diretto nella sua personale oscurità, senza però l’immaginifica e distorta arte che da sempre caratterizza ogni output targato Odd Future.

Whatever you were watching or listening to when you were young is always going to be your favorite thing because it made you what you are today. That’s always going to be something that you appreciate the most, so that’s everyone’s favorite era.

Shyne Coldchain Vol.1” nei suoi limiti d’iniziazione ha provato che Vince ha moltissimo da offrire, grazie ad un talento in grado di trasformare vissute storie personali  in frames cinematografici vividi e pulsanti. Ecco che allora arrivano nuovi tentativi: il mixtape “Winter In Prague” (Ottobre 2012, prodotto dal giovanissimo Michael Uzowuru), “Stolen Youth” (Giugno 2013, prodotto da Mac Miller e in cui compaiono anche Ab Soul e Schoolboy Q from TDE – mica cazzi) mentre Marzo 2013 è il turno di “Shyne Coldchain Vol.2” che vanta le produzioni, tra l’altro, di Evidence e NO ID.

Insomma, grandissima prospettiva alimentata dalle buone parole sulla figura del rapper, che se prima definivano solo una scommessa iniziano a girare più costanti caricando l’hype. Ma, giustamente direte, com’è che è quasi passato inosservato? Serviva un salto di qualità non indifferente che spazzasse via le mille indecisioni e imperfezioni che da sempre accompagnano il mondo dei mixtapes. Il contenuto e la completezza arrivano con “Hell Can Wait” – un EP da fenomeno puro. Verso la fine del 2014 scrivevo di un Vince Staples dalla freddezza da veterano al microfono, da 10 pieno in street credibility. Tematiche reali, pezzi di protesta sull’eccessiva forza usata dai corpi LAPD e rime che narrano di disagi familiari, povertà e disoccupazione. La forza più vera dell’Hip Hop. Dopo parecchi lavori grezzi, “Hell Can Wait” si presentato come un prodotto scolpito che ricorda i deboli equilibri della vita. Il perché lo trovate qui, qui e soprattutto qui. Il successivo e quasi contemporaneo salto in Def Jam di Staples l’ha poi detta ancor più lunga delle nostre parole, perché il contratto firmato poteva significare solo una cosa: studio album in arrivo.

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We live for they amusement like they view us from behind the glass/ No matter what we grow into, we never gonna escape our past/ So in this cage they made for me, exactly where you’ll find me at/ Whether it’s my time to leave or not, I’ll never turn my back.

“Summertime 06”, il primo album ufficiale, viene sganciato lo scorso giugno in due CD dall’atmosfera snervante ed elettrica che stabilizzano ancora di più la figura di Staples come una delle nuove voci più forti del settore. Un disco dove il bianco e il nero lottano costantemente, dove si scontrano ricchezza e inuguaglianza e che si riassume perfettamente nelle parole di Jayson Greene (Pitchfork): “breathtakingly focused, a marathon that feels like a sprint” – straordinariamente concentrato, una maratona che si presenta come fosse uno scatto. Motivi principali? Qui, qui e qui (#minghie, tra l’altro). I just want to dance with you baby. A 23 anni Staples ottiene una A dal the A.V. Club, 4½ mics da The Source, e un Best New Music designation da Pitchfork. Performa ai BET Hip Hop Awards, al The Tonight Show Starring Jimmy Fallon e al Jimmy Kimmel Live!, mentre XXL lo inserisce nell’annuale Freshman Class List. Successo, premi e rewards meritatissimi. Grazie ad un flow pazzesco e semplice come i luoghi della sua infanzia e diretto come sfilettate il nome di Vince gira come dovrebbe e negli States iniziano a stravedere per lui. Ma qualcosa si rompe in questo bellissimo giocattolo di rime e potenza, qualcosa che probabilmente ci farà godere del fuoco glaciale di Vince Staples ancora per poco.

You’re out of your goddamn mind if you think I’m going to be doing this music shit for more than two more years.

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Siete fuori di testa se pensate che continuerò a fare ‘sta merda di cosa della musica per più di due anni. Vince Staples usa tanto cinismo, ma nei suoi testi non troviamo rabbia o nichilismo. Il suo è un rap umile e pungente, addolcito da un talento cristallino nell’intrecciare rime. C’è però arrendevolezza nei suoi versi, che principalmente vogliono raccontare qualcosa e non solo mettere insieme i pezzi della prossima potenziale megahit da classifica. E infatti, neanche il tempo di poter abbracciare tutto insieme questo successo che tàc. Ciao regaz, la cucina chiude alle 23.30 – volete ordinare ancora qualcosa? La notizia (diffusa grazie all’intervista del California Sunday Magazine) stupisce tutti, ma per una figura che ha sempre odiato le norme quale miglior momento per abbandonare se non sulla cresta esatta dell’onda?

It’s not that I don’t care about rap. I’m not a fan of rap culture.

La decisione di Vince Staples sembra essere legata principalmente al disaccordo che prova nei confronti di ciò che il rap è giunto a rappresentare, annegato nelle ossessioni dell’industria musicale abbandonando la sua originaria forza comunicativa. Difficile dargli torto. Un peccato pensare che vuole abbandonare un artista solo all’inizio di una promettente carriera – così bravo, tra l’altro, a fare quello che fa. Quindi Vince, sentiti libero, ma qui si preferirebbe che continuassi ancora a lungo a cambiar le direzioni del rapgame.



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