Esistono differenti modalità per immergersi nel profondo mare degli stati alterati di coscienza. Sin dall’antichità è volere degli uomini di esplorare e indagare i recessi della propria cosmologia interiore. Perché se esiste un universo che possiamo osservare guardando al di là dei nostri occhi, altrettanto ne esiste uno presente dentro di noi. Fosse mai, tra l’altro, che separare queste due dimensioni sia cosa possibile e giusta. Al di là delle speculazioni e delle indagini che ora non ci interessano, l’esplorazione del nostro io più intimo e profondo sembra proprio essere connesso con l’utilizzo di sostanze psicoattive: elementi forniti dalla natura, o estratti da essa, in grado di offrirci risposte, o forse meglio, nuove domande, circa la nostra esistenza umana.

Quello che oggi vorremmo indagare, a differenza dei percorsi già tracciati, corrisponde ad una via alternativa e priva dell’uso di qualsivoglia sostanza.

Direte ora: «Come può esser possibile produrre uno stato di coscienza alterato senza usare qualche sostanza psicoattiva in grado di indurlo?».

La risposta, più semplice ma difficile da trovare, risiede nel concetto stesso di stato alterato di coscienza.

Con esso si vuol infatti definire una percezione che, in un certo qual modo, differisce dallo stato normale di percezione ordinaria. Quella quotidiana e del sentir comune. Prescindendo dal fatto che parlare di normale e ordinario è già un concetto erroneo, proprio perché ognuno ha il suo particolare modo di vedere e sentire le cose, diamo per scontato che per alterato si intenda qualcosa di evidentemente e irrimediabilmente diverso dal sentire quotidiano. Lo stato conseguente al fumare cannabis, all’assumere LSD o quello postumo di un’esperienza con la pianta dell’oppio, sono solo alcuni fra quelli più annoverati che possono indurre un soggetto a provare sensazioni differenti sino a quel momento mai sentite. Una sorta di viaggio fuori e dentro di sé in grado di consegnare alla persona autrice del viaggio tutto un nuovo vocabolario dell’esistere.

Ma se, per ipotesi, nessuna sostanza fosse concessa, dove troverebbe l’uomo una tecnologia in grado di trasportarlo verso lidi altrettanto stupefacenti? Una risposta, riavvolgendo il nastro della storia, può essere trovata nelle camere di deprivazione sensoriale.

Camere di deprivazione sensoriale? E cosa saranno mai?

Fermiamoci per un secondo e riflettiamo sul nome appena designato. Pensiamo, per un attimo, al termine sensoriale. Esso, senza dubbio alcuno, si riferisce al sistema dei nostri sensi. Cinque per l’esattezza: vista, udito, olfatto, gusto e tatto. Ora, sempre per gioco, proviamo a pensare di tacerli all’unisono. Impossibile vero? Eppure, con un po’ di fantasia e tecnica, l’impossibile come ben sappiamo è sempre dietro l’angolo.

Già negli anni 50 qualcuno ci aveva provato. Il Dr. John Lilly, psicoanalista e neuroscienziato statunitense, aveva indirizzato la sua ricerca pioneristica verso gli stati alterati di coscienza, inventando quella che ad oggi è definita Vasca di Deprivazione Sensoriale. Il dibattito, al tempo, verteva sulla possibilità che il cervello smettesse di funzionare in assenza di stimoli sensoriali. Ma come ogni buon ricercatore sa, ciò che è pensato dai più va sottoposto a verifica. E così fece.

La sua intuizione era, come ben possiamo comprendere, che una volta sottaciuti i 5 sensi qualcosa si sarebbe risvegliato.

Vi pongo un facile esempio per comprendere meglio: «Immaginatevi di non potere più vedere, quanto si svilupperebbe la vostra capacità si sentire? E, ugualmente, provate a pensare di non sentire più nulla, quanto ne guadagnerebbe la vostra vista?».

Insomma, il concetto era semplice: se stacchiamo la spina ai nostri sensi, qualche altro organo di percezione, pur nascosto sino ad ora, inizierà a darci percezione della realtà, circostante o interna che sia.

Lilly costruì, sulla base di una vasca già usata nella seconda guerra mondiale per i sommozzatori, uno strumento adatto alle sue ricerche.

La vasca, che poneva il soggetto in posizione orizzontale e in una condizione di galleggiamento, era satura di sale solfato e di magnesio, e mantenuta costantemente a temperatura corporea al fine di eliminare il senso del tatto. Il corpo del soggetto si sarebbe così trovato a galleggiare in un liquido isotermico. Per eliminare poi gli altri sensi, il buio e l’assenza di rumori divenivano gli ulteriori accorgimenti necessari.

A questo punto la persona presente nella vasca, sarebbe stata privata di vista, gusto, olfatto, udito e tatto.

Il risultato fu quanto scontato tanto stupefacente: dall’esperienza non solo si capì che il cervello non smetteva di funzionare ma che, al contrario, l’assenza di stimoli lo aveva indotto ad uno stato simil-onirico in cui a tratti si manifestavano allucinazioni di svariata natura. Ad oggi la vasca è ancora utilizzata e i risultati continuano a confermare le esperienze iniziali: una sensazione di perdita dei confini del corpo associata a una serie di allucinazioni, se così le si può definire, in grado di proiettare il soggetto all’interno dei suoi più intimi spazi esistenziali.

La realtà, concetto sempre più intangibile, sembra disgregarsi come un sottile castello di sabbia, portando lo sperimentatore all’interno del suo inesplorato universo.

La domanda, che ora sorge spontanea è: «Dove posso provare tale esperienza?». A Londra esiste un luogo chiamato Floatworks, che permette, come in altra città, di immergersi in questa esperienza.

Una volta assimilate le istruzioni e fatta una doccia preventiva, ci si immerge nella vasca completamente nudi o con della sola biancheria intima. Ci si cosparge di vasellina, onde evitare bruciori dati dall’alta concentrazione di sale qualora si avessero delle ferite, e si indossano dei tappi per le orecchie per impedire che acqua o rumori esterni possano distrarci.

Cosa succede poi? Beh questo dipende da mille fattori. Pensare a una risposta univoca sarebbe come credere che una dose di LSD produca il medesimo viaggio per tutti. L’effetto più rilevato dall’uso di tale vasche è quello di modifica dell’attività elettrica del cervello. Dopo qualche esperienza, o magari dopo soli tre quarti d’ora di deprivazione, il cervello passa dalle onde Beta a quelle Theta, tipiche del sonno, senza però la perdita di coscienza tipica di quest’ultimo. Il cervello, a questo punto, libero dagli stimoli esterni distraenti, può essere in grado di veicolare le risorse verso un unico obiettivo, aumentando il livello di concentrazione necessario a risolvere problemi di particolare complessità.

Tra le diverse esperienze narrate possiamo annoverare anche la perdita di cognizione del tempo e dello spazio così come la sensazione di non percepire più il proprio corpo, con la conseguente possibilità di raggiungere degli stati di rilassamento mai provati. Immagini e allucinazione visive possono far parte del viaggio.

Parlando di aumento della concentrazione il rimando ad alcune tecniche meditative può sorgere spontaneo.

Nella pratica Mindfulness, tecnica meditativa derivante dal Buddhismo Theravada, si cerca ad esempio di osservare i propri pensieri che spesso, come scimmie impazzite, vagano nella mente, impedendoci di trovare uno stato di tranquillità e di pace. Anche questo è considerabile come uno stato alterato di coscienza.

Perché forse, a ben vedere, anche l’aumento della propria coscienza è uno stato alterato della coscienza ordinaria, spesso sin troppo assopita e sequestrata dal brulichio degli eventi esterni. Con una certa perseveranza nella tecnica è possibile aumentare i propri stati di coscienza e la capacità di prestare attenzione alle cose che accadono, fuori e dentro di noi, raggiungendo pian piano sempre più dominio del proprio sé.

La differenza tra le vasche di deprivazione e la tecnica di meditazione Mindfulness è che nel primo caso si tacciono gli stimoli provenienti dall’esterno, nel secondo – che comunque prevede ambienti tranquilli e quindi poveri di stimoli – si cercano di tacere anche quelli interni (pensieri, emozioni e costrutti mentali), o meglio, di esserne più coscienti e di farli poi defluire con eleganza verso l’esterno. Esistono altresì decine e decine di tecniche meditative derivanti dal Buddhismo così come dall’Induismo capaci di alterare la nostra coscienza. Le tecniche che prevedono il mantenimento di una postura invariata, spesso quella del Loto con le gambe incrociate e le mani conserte, con il giusto tempo inducono ad un annullamento della percezione corporea, con conseguente stato alterato di coscienza di sé. Vero anche il contrario, si pensi infatti ai Dervish che con le loro danze rotatorie sono in grado di produrre stati di super-coscienza o a danze simili ma meno controllate, come quelle afroamericane, dove i danzatori entrano in uno stato alterato di coscienza, scatenato dall’ossessività dei movimenti sincopati dal suono, all’interno del quale non hanno alcun controllo su di sé, né cognizione delle circostanze, creando però, secondo le credenze, un contatto speciale con le “forze superiori”.

Altro possibile strumento in grado di produrre stati alterati della coscienza è l’ipnosi, che può indurre il soggetto a una percezione di sé e del tempo ben differente da quella in cui si trovava sino a poco prima. Ad oggi, proprio a dimostrazione della sua capacità di alterare la coscienza dei soggetti che la sperimentano, viene anche utilizzata come sostitutivo per le anestesie totali. È un campo innovativo che richiede del tempo e ancora molto sviluppo, ma l’efficacia ne è già stata comprovata.

Se proprio invece siete stanchi, e nessuna di queste tecniche alternative sembra fare al caso vostro, vi basterà coricarvi e scivolare fra le braccia di Morfeo, come già accennato la dimensione del sogno rimane sempre uno fra gli stati alterati di coscienza più frequenti che si possano sperimentare.





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