Tutti conoscono la Vancouver bene, la Vancouver turistica, però esiste anche un’altra Vancouver: quella degli emarginati, quella dei senzatetto, quella delle siringhe. 
Si sa, coloro che vivono al di fuori della società, come i drogati, vengono di norma evitati e allontanati perché nessuno vuole vedere, faccia a faccia, una situazione in cui potrebbe finire lui stesso.
Ma non si può vivere ignorando, è un crimine contro la propria coscienza.

Per questo motivo, durante la mia permanenza in Canada, ho voluto avventurarmi nel “ghetto della droga” di Vancouver. Una realtà dove eroinomani e senzatetto tentano di sopravvivere, dove ragazzi di soli 17 anni si bucano alla luce del sole.

Questo ghetto, a pochi passi dal centro, non è un ghetto vero e proprio, nessun muro lo circonda, nessun poliziotto ne presidia i confini, eppure gli eroinomani ed i cittadini rispettano i propri spazi, come secondo una regola non scritta, creando così una società nella società.

Ciò non va subito visto in cattiva luce perché i senzatetto sono i primi a non volersi allontanare dal quartiere. Nel ghetto infatti il governo canadese si prende cura di quelli caduti nell’inferno dell’Angelo Liquido (l’eroina) con distribuzioni di cibo e medicine, oppure mettendo a disposizione delle “safe- house” (dei luoghi dove usare le siringhe sotto la supervisione di volontari medici).
Vengono distribuite inoltre siringhe nuove in cambio di quelle usate, incentivando così la popolazione del ghetto a non abbandonarle per le strade e limitando, di conseguenza, la diffusione delle malattie.
A questo avrete certamente compreso che gli eroinomani, dentro il quartiere, non sono braccati dalla polizia, ma anzi possono usare tranquillamente la droga a patto che non creino disagi (nel caso comunque ci siano dei problemi una pattuglia è sempre nelle vicinanze).

“Culture Save Lives” (Coltivare salva delle vite)

Oltre agli aiuti diretti, la città permette ai senzatetto di occupare anche degli spazi vuoti per piantare le tende o coltivare verdure. Una forma di primitiva auto-gestione insomma.
Con questa politica all’insegna della comprensione si è riusciti a creare una simbiosi tra i cittadini ed i senzatetto, favorendo il reciproco rispetto. Grazie a ciò un turista, come me, può avventurarsi nel ghetto senza essere aggredito o minacciato.

Quella che ho appena descritto potrebbe sembrare una descrizione parzialmente idilliaca, ma è solo come lo zucchero dentro una medicina amara. La verità è che qua l’eroina distrugge ogni giorno decine di vite, passa e lascia corpi vuoti, dall’aspetto sfigurato: zombie dalla pelle lunare. Madri che si bucano con i figli in braccio, ragazzi di appena 17 anni che sorridono con la siringa in mano, vuota.

Grazie agli aiuti del governo molti tentano la via della disintossicazione, ma quasi nessuno sfugge all’orgasmo liquido, si può al massimo prendere una boccata d’aria, poi l’inferno al secondo respiro ti rientra nei polmoni.
Vedere uomini e donne rotolarsi per terra ricoperti da piaghe è uno spettacolo macabro, ma ancora di più lo è vedere degli adolescenti trascorre intere giornate al parco, a bucarsi, mentre il futuro scorre innanzi a loro sempre più scuro.

Durante le mie incursioni nel ghetto, oltre ad una certa dose di coraggio, mi portavo sempre dietro 5/6 pacchetti di sigarette, che offrivo a chi accettava di farsi fotografare. Grazie infatti al rispetto di cui si è parlato sopra, se domandavo con gentilezza al senzatetto del caso il permesso di scattargli una foto nove volte su dieci acconsentiva.

Non è certamente un posto felice, ma vi sono attimi in cui si intravede ancora un briciolo di gioia, come quando si incontrano uomini vestiti nei modi più stravaganti oppure donne con parrucche multicolori e festose. Sono tutte piccole cose che servono ad alleviare la disperazione ed il grigiume nelle vite di queste persone, non è molto, tutti ne siamo consapevoli, ma strappare un sorriso molte volte aiuta di più che non regalare una banconota.

La maggior parte di chi si buca lo fa nelle vie secondarie del ghetto, quelle più buie. In ogni vicolo si accalcano decine di persone per farsi una dose, che poi tornano subito dopo a comprarne altra dagli spacciatori latini, seduti su sgabelli, a pochi metri dell’inizio dei vicoli. Quest’ultimi distribuiscono morte e sofferenza e sono gli elementi peggiori del quartiere.

Io stesso ho avuto a che fare con questa feccia quando uno di loro mi sorprese a fare delle foto al suo vicolo e provò ad inseguirmi minacciandomi, senza però alcun risultato.
Ho avuto, non lo nascondo, anche un’altra brutta esperienza nel ghetto. Stavo infatti fotografando un campo di tende quando all’improvviso una mano mi afferrò la spalla, in quel momento mi sentì morire, ma mi voltai. Era un nero alto due metri che avevo già notato in precedenza. Mi chiese cosa stessi facendo e perché stessi fotografando il loro quartiere. Io gli risposi onestamente, stavo scattando delle foto per mostrare quella situazione anche in Europa. Dopo un attimo di esitazione sulla sua faccia comparve un grosso sorriso, mi disse che era una cosa molto bella e mi lasciò andare. Lo spavento fu grosso, ma verificai ancora una volta che nel ghetto il rispetto tra tossici ed estranei era una cosa davvero reale.

Questo reportage è una dimostrazione di come in Canada il problema dell’eroina ed i suoi effetti sulla società venga gestito in maniera efficace. L’eroina pur essendo a pochi passi dal centro della città è confinata e controllata, garantendo pace e sicurezza a tutti. Inoltre grazie a questo sistema di tutela statale alcuni eroinomani riescono anche ad uscire dall’incubo, cosa che non succede quasi mai nel resto del mondo, dove essi sono lasciati a se stessi. Non sarà il sistema perfetto per risolvere il problema però è attualmente è quello più efficace ed andrebbe fatto conoscere anche al di fuori del Canada.

Michael vive in una tenda ed ha provato la via della disintossicazione otto volte. Viene da una famiglia che non ha mai smesso di lottare per salvarlo, come testimoniano i post della madre su Facebook, ma ciò non è stato abbastanza, l’eroina si è ormai radicata in lui. Non ha però ancora perso la sua essenza umana: lo incontro infatti per la prima volta su un bus e noto che il suo sguardo si posava spesso su una giovane coppia di barboni messi peggio di lui, all’improvviso si alza dal suo posto, si avvicina a loro e gli regala un po’ della sua erba. Nonostante fosse messo male, questo ragazzo non aveva perso il dono della carità, una cosa che persone senza alcun problema economico non sanno nemmeno cosa sia.

Alice e Mark, una coppia di 19 anni, sorridono alla fotocamera ma è un sorriso dal fondo amaro. Sono infatti destinati a passare quel poco di vita che gli resta nella ricerca di una vena ancora intatta da bucare. A 18 anni bisognerebbe uscire con la propria ragazza o andare a teatro non girare con un ghiacciolo in mano per contrastare l’arsura dell’eroina.

Carlos, il ragazzo con la maglietta verde, quando lo incontrai si stava per fare una dose con un suo amico. Domandai allora se potessi fotografarlo, sempre in cambio di sigarette, e Carlos non solo acconsentì ma anzi chiamò dei suoi amici per posare con lui. Volle anche sapere il motivo delle foto, dopo averglielo spiegato si commosse e mi regalò un piccolo Bulldog di metallo affinché non mi dimenticassi di quel posto.

Ero seduto vicino a questo piccolo laghetto perché mi aveva incuriosito quella grande scimmia blu abbandonata a filo d’acqua, in un ambiente a lei cosi grigio ed estraneo (un’altra delle stravaganze che è possibile vedere nel ghetto). Ad un tratto sopraggiunse un piccolo bambino senzatetto, si sedette poco lontano dal peluche e iniziò a fissare l’orizzonte, nella stessa direzione in cui guardava la scimmia, forse immaginandosi un futuro migliore. Erano due soggetti così diversi ma accomunati dallo stesso destino, da un errore che li aveva condotti a vivere per strada. Forse il fato li aveva voluti far incontrare, regalando al piccolo senzatetto quella grossa scimmia blu, nata apposta per portare gioia ai bambini.

 

Giacomo Vico

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