Ti è mai capitato di sentirti “fuori posto” in una vita normale? Ami viaggiare e ti piacerebbe lavorare viaggiando? Sei stufo di inseguire un’idea di felicità decisa da altri? Se la risposta è sempre e solo sì, ma hai paura e non sai da dove iniziare, allora c’è una persona che dovresti conoscere. Si chiama Gianluca Gotto e su mangiaviviviaggia.com dà le coordinate per la felicità.

Ciao Gianluca, non ti sembrerà strano se la prima cosa che ti domando è: da dove ci stai rispondendo? Dove ti trovi in questo momento?
In questo momento mi trovo in Spagna, da qualche parte tra Valencia e Alicante. Sono sul mio camper, un Hymer del 1983 con cui sto girando per l’Europa insieme alla mia compagna. Era un sogno che avevo fin da quando ero adolescente, era sulla mia lista di cose da fare prima di compiere 30 anni. Abbiamo trovato questo mezzo vecchio di 35 anni ma in buone condizioni, lo abbiamo rimesso in sesto, abbiamo installato i pannelli solari per poter lavorare in viaggio e poi siamo partiti.

Qual è stata la tua sosta precedente?
Prima di partire per questa avventura abbiamo passato alcuni mesi a Torino per lavorare sul camper e auto-pubblicare il mio primo libro, “Le coordinate della felicità”, che poi racconta proprio questo mio stile di vita alternativo. Oggi il viaggio è al centro della mia esistenza: passo un periodo dell’anno a Timisoara, che considero ormai “casa”, un periodo in Italia dove sono nato, un periodo in Asia, viaggiando per il sud-est asiatico e vivendo a Bali, e un periodo a zonzo per l’Europa in camper. Attraverso un lavoro in remoto (sono un web writer, scrivo articoli per siti web) mi sono costruito una vita diversa da quella che tutti si aspettavano da me e al tempo stesso sicuramente più felice.

Da quanto sei in giro?
Da circa tre anni vivo in questo modo. Prima mi ero trasferito a vivere in Canada, prima ancora in Australia, svolgendo lavori tradizionali.

Che grado di programmazione c’è nel vivere girando il mondo?
C’è tanta programmazione su alcuni aspetti e pochissima programmazione su altri. Per mantenere questo stile di vita devo ritagliarmi ogni giorno un po’ di tempo per lavorare al pc, quindi devo prestare attenzione ad aspetti tecnici quando scelgo dove soggiornare. Al tempo stesso, quando spengo il computer, mi piace lasciare tutto al caso. Amo camminare e cammino per ore per le strade di città sconosciute. Per me viaggiare è proprio questo: perdermi.

La pratica del turismo di massa e ultimamente degli appartamenti turistici sta trasformando la natura di moltissime località. C’è ancora qualcosa di autentico in questo mondo?
Sono ben consapevole di questo problema ma credo che derivi non solo da questioni economiche ma anche da un disinnamoramento delle persone verso i luoghi in cui vivono. Ci sono zone del mondo dove la popolazione locale è così legata al territorio che nemmeno i soldi potrebbero allontanarli da lì. Detto ciò, l’autenticità esiste ancora in questo mondo ma va cercata lontano dalle rotte del turismo. Inutile negarlo: certe località meravigliose sono state rovinate dal turismo di massa. Ecco perché quando visito un nuovo paese cerco di tenere alla fine ciò che viene definito come “assolutamente da vedere”, perché so che lì difficilmente troverò l’essenza di un luogo. A volte, infatti, non sento nemmeno il bisogno di andarci. Mi è successo recentemente in Malesia: le Petronas Tower non avevano alcun appeal su di me dopo aver vagato per i meravigliosi vicoli dell’isola di Penang.

Viaggiare, spostarsi spesso, significa anche salutare frequentemente gli affetti.
La solitudine ha un ruolo da protagonista in questo percorso. Ti ritrovi solo in un paese straniero dove sei tu l’immigrato che non parla bene la lingua e non conosce la cultura del luogo, dove non puoi fare altro che sperare di non venire fregato, dove tutto, dal cibo al mondo del lavoro, è completamente diverso da ciò a cui eri abituato. In questa situazione ti senti maledettamente solo, anche se condividi casa con altri italiani. Però è proprio in quei momenti che cresci e ti prendi il tuo posto nel mondo ed è proprio quella solitudine che ti insegna ad amare te stesso, perché sei l’unica persona con cui dovrai convivere per sempre. Quindi, se all’inizio la solitudine è un aspetto negativo, nel tempo si trasforma nell’opportunità per migliorarsi. E alla fine ne diventi anche un po’ dipendente, come ho notato personalmente: se stai bene con te stesso, ti circondi di poche persone che davvero desideri nella tua vita. Perdi quell’insicurezza che ti spinge a voler sempre avere qualcuno intorno, chiunque sia, pur di non restare da solo. Come dico spesso, la mia generazione è composta da persone che all’inizio sognano per necessità, perché non possono fare altro; successivamente, invece, diventano sognatori per scelta, perché hanno visto che ci sono tantissime opportunità a questo mondo. Credo che lo stesso discorso valga per la solitudine.

Altro che Marie Kondo, chi sceglie di viaggiare nella vita è un mago della decrescita.
Assolutamente. Io sono un minimalista convinto da alcuni anni, precisamente da quando ho capito che gli oggetti, seppur sembrino innocui, sono in realtà un macigno sul delicato equilibrio della nostra felicità. Compriamo gli oggetti convinti di possederli ma alla fine sono loro a possedere noi: richiedono le nostre attenzioni, la nostra manutenzione, il nostro tempo e il nostro denaro. Questa società improntata al consumismo ci spinge a credere che gli oggetti siano la soluzione alla nostra infelicità, quando in realtà ne sono il carburante. Chi viaggia in un certo modo, invece, sa che gli oggetti sono spesso solo un peso in più e un motivo di preoccupazione. Chi viaggia sa che la felicità è nelle persone che incontri, nelle esperienze che vivi e nel tempo che dedichi a te stesso e a coloro che ami. Non hai bisogno di tanti oggetti per essere felici. Personalmente, vivendo da nomade digitale, ho capito che meno oggetti hai e meglio stai. Hai più tempo, più spazio, meno ansie e stress. Less is more.

Anche la persona più libera deve fare i conti con i confini. Essere cittadini del mondo, pur volendo, è ancora un’utopia.
Per diversi anni della mia vita ho sofferto molto per quella che tuttora considero un’ingiustizia: l’impossibilità di trasferirti a vivere in una nazione per cui saresti pronto a dare tutto te stesso. La mia permanenza in Australia si dovette fermare a causa della fine del visto; un’emergenza famigliare mi costrinse a lasciare il Canada e quando ero pronto a ritornarci il visto era ormai scaduto. Io credo che il mondo debba avere sempre dei confini, ma puramente culturali. Le linee disegnate su una mappa sono un’invenzione, mentre la cultura di un luogo no. È assurdo che al giorno d’oggi la burocrazia impedisca a certe persone di vivere in un luogo dove potrebbero fare la differenza e apportare valore, solo perché non soddisfano requisiti puramente economici. In Australia vedevo ragazzi e ragazze costretti a tornare a casa nonostante fossero un tutt’uno con lo stile di vita australiano, mentre ricchi rampolli di altre nazioni potevano restare nel paese perché avevano la possibilità di “comprare la residenza”, nonostante non avessero assolutamente nulla in comune con la cultura del luogo e non avessero alcuna intenzione di sposarla.
Di fronte all’ingiustizia e all’assurdità di certi confini puramente mentali, mi sono reso conto che l’unica soluzione è trovare una soluzione alternativa. Come scrivo nel mio libro, in questa società occidentale una persona libera è chi riesce ad aggirare regole ingiuste senza infrangerle. Io ci sono riuscito diventando un nomade digitale: lavorando in remoto, posso lavorare da qualsiasi punto del pianeta, senza curarmi di avere un visto lavorativo.

La vita è una questione di priorità, condivideresti con noi le tue?
La mia priorità è la libertà. E non parlo solo dell’essere un nomade digitale che lavora viaggiando ma di alcune forme di libertà accessibili a chiunque, universali. La libertà di essere se stessi, ad esempio: quando smetti di indossare maschere e sei te stesso senza filtri, sei già libero da molte catene mentali. O la libertà che ottieni quando impari a dire di no: no a chi riversa su di te la sua frustrazione, no a chi ti vuole sfruttare, no a tutto ciò che gli altri ti indicano come “giusto” ma per te è sinonimo di infelicità. La libertà è la mia priorità perché è la libertà è uno stato mentale che potrò raggiungere sempre. Ci sono persone schiave di un corpo che non funziona o imprigionate ingiustamente dentro quattro mura che riescono ad essere più libere di chi invece potrebbe andare ovunque e fare qualsiasi cosa ma è schiavo delle dipendenze, dei soldi, delle abitudini, delle apparenze, dei like su Facebook. Quando sei libero, sei capace di amare, te stesso, gli altri e il mondo. Quando sei capace di amare, sei felice.

a cura di Mena Toscano
Giornalista underground dal 1999





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