Shulgin Samorini

Il “padrino” dell’ecstasy Alexander Shulgin è deceduto, a quasi 89 anni di età, per un cancro al fegato. Dopo una vita dedicata alle ricerche scientifiche ed alle autosperimentazioni sulle sostanze e sugli stati alternativi di coscienza. Abbiamo chiesto a Giorgio Samorini, il ricercatore italiano che forse più di tutti ne ha seguito l’insegnamento, di raccontarci qualcosa di più sulle ricerche e sulla vita di questo ricercatore a lungo boicottato dalla scienza istituzionale.

Alexander Shulgin non è stato tecnicamente l’inventore dell’ecstasy ma ne è considerato il “padrino”, quali crede essere i suoi meriti storici e scientifici?
La MDMA (“ecstasy”), appartenente alla classe farmacologica dei cosiddetti “empatogeni” (= induttori di uno stato di empatia) fu scoperta un secolo fa, nel 1913. Il merito di Shulgin fu quello di aver compreso le grandi potenzialità terapeutiche, nello specifico psicoterapeutiche, di questa molecola sintetica. “Sintetica” nel senso che è stata creata in laboratorio e non è nota essere presente in natura, al contrario di molecole strutturalmente vicine, quali la MMDA, che viene prodotta, ad esempio, dalla noce moscata. Shulgin si considera giustamente il “patrigno” dell’ecstasy, ma è anche lo scopritore vero e proprio di oltre 150 molecole empatogene, diverse delle quali molto più potenti dell’ecstasy. Si tratta di variazioni, a volte minimali, della molecola di base della fenetilamina, e ciascuna di queste varianti possiede sue specifiche qualità e modalità d’effetto sul sistema mente/corpo. Fra le più famose delle sue scoperte ricordo qui quelle che Shasha mi diede l’opportunità di sperimentare (legalmente): la 2C-B, la 2C-T4 e la 2C-T-7.

Ci sono altre scoperte e ricerche di Alexander Shulgin che meritano di essere ricordate?
Shasha, questo il soprannome di Shulgin, sviluppò anche un grande lavoro di sintesi delle molecole a base triptaminica, quindi di natura più propriamente allucinogena o psichedelica e a cui appartengono molecole quali l’LSD e l’ibogaina, scoprendo pure in questo caso decine di nuove sostanze psicoattive, fra cui varianti della famosa molecola della DMT, un allucinogeno presente in numerose fonti vegetali, inclusa l’ayahuasca e le polveri da fiuto amazzoniche, e anche in fonti animali, come negli essudati di certi rospi e perfino nel corpo umano.

L’ecstasy, a lungo demonizzata, è recentemente tornata al centro di ricerche su alcuni possibili usi terapeutici (in particolare contro gli stati di ansia). Cosa pensa della sua demonizzazione ed anche dei suoi possibili campi di studio ed utilizzo?
La demonizzazione dell’ecstasy ha qualcosa di affine con la demonizzazione dell’LSD, e in un certo senso ne ricalca le modalità storiche e apologetiche. Sono entrambe molecole che danno fastidio all’establishment, per il loro potenziale rivelatorio e in fin dei conti di potenziamento dell’auto-determinazione dell’individuo, e in quanto tali considerate socialmente pericolose, molto più pericolose per questo che per la loro franca pericolosità fisica, quest’ultima maliziosamente esagerata dall’apparato mass-mediatico e scientifico al servizio dei sistemi di controllo sociale. Gli empatogeni quali l’ecstasy sono stati denominati anche “entactogeni”, con il significato di molecole “che ti toccano dal di dentro”, per sottolineare la loro peculiare proprietà di facilitare nell’individuo l’accesso a parti remote del proprio inconscio, in particolare quelle parti pertinenti alla sfera affettiva, così spesso ricolme di dolori ontogenicamente ancestrali e di conseguenti rimozioni “salva-vita”. Per questo motivo possono risultare estremamente utili nel lavoro psicoterapeutico, come in effetti fu confermato durante gli ormai lontani anni del loro libero impiego terapeutico.

Alexander Shulgin può essere considerato uno dei pionieri della “psiconautica”, cosa significa per lei questo termine? quale crede sia la funzione sociale e scientifica di questa disciplina?

Anche se Shulgin si considerò inizialmente uno “psiconauta”, per via della strumentalizzazione apologetica e underground che subì questo concetto, se ne distaccò velocemente. Psiconauta è un individuo che sperimenta su se medesimo le droghe psicoattive con puri scopi di conoscenza. Ciò che differenzia lo psiconauta da altri assuntori moderni di droghe è la finalità dell’assunzione, non per scopi ludici, produttivo-prestazionali, sessuali, ecc., bensì per scopi di conoscenza, senza alcun preconcetto dogmatico. Lo psiconauta “ascolta” gli effetti di una droga, gli altri utilizzatori “usano” i suoi effetti. Shasha, come me, aveva un concetto scientifico della psiconautica, ed ebbi modo di discutere con lui sugli aspetti etici e deontologici della “scienza della psiconautica”. Quando ancora ci credeva, Shasha aveva elaborato una serie di “principi psiconautici”, di cui il più noto è forse il primo, che dice: “Nessuna cavia, né animale né umana, all’infuori di se stessi”. Il secondo principio – tanto importante quanto poco considerato da diverse persone che oggigiorno si considerano impropriamente “psiconauti”, dice che “ad ogni minima insorgenza di disturbi psico-fisici indotti dalle auto-sperimentazioni con sostanze psicoattive, è d’obbligo un periodo di totale sospensione della fase sperimentale, di lunghezza temporale direttamente proporzionale all’entità del disturbo”. Con Shasha ebbi alcune discussioni che mi risultarono utili per mettere a punto alcuni principi, che fanno parte del mio personale contributo a questa materia, e che riguardano l’approccio ai combo, cioè alle combinazioni di due o più fonti psicoattive. Ricordo qui il “settimo principio”, che dice che “prima di sperimentare una combinazione di due o più sostanze psicoattive, è d’obbligo avere conosciuto approfonditamente e singolarmente ciascuna di queste sostanze”. La psiconautica intesa da Shasha prevedeva una metodologia scientifica nell’approccio alle esperienze individuali, dotata di precisi strumenti metrici e di analisi, quale l’asse posologico e la curva esperienziale. Più tardi, agli inizi degli anni 2000, apportai il mio contributo aggiungendo lo strumento della “formula esperienziale”, che piacque tantissimo a uno Shulgin che tuttavia non voleva più seguire questo filone d’indagine, troppo manipolato ad uso e consumo degli abusatori di droghe e troppo facilmente attaccabile dalla scienza ufficiale: “Vai avanti tu, Giorgio, io continuo con i miei distillatori”. Ma nemmeno io me la sentii di procedere e il testo “Manuale di psiconautica scientifica”, non terminato, e che tanto deve agli spunti di Shulgin, sta ammuffendo in qualche remota directory dei miei hard-disk.

Le andrebbe di raccontare le circostanze in cui avvenne il vostro incontro e qualche aneddoto su Alexander Shulgin?
Ho incontrato Shasha, insieme alla inseparabile moglie, Ann, numerose volte ai congressi, ma gli incontri più belli e più costruttivi furono quelli ai meeting di Palenque, in Messico, che si tennero ogni febbraio durante gli anni ’90 e i primi anni del 2000, e che duravano una quindicina di giorni, dandoci quindi quella possibilità di approfondire i rapporti che i congressi di 2-3 giorni non sono in grado di offrire. Comunicavamo fra di noi in francese, poiché Shasha parlava un “americano” stretto e veloce, che facevo molta fatica a comprendere. Aveva un modo di parlare degli effetti delle varie sostanze che mano a mano scopriva alquanto ironico e gesticolante, come si può evincere dalla serie di foto qui proposte, che scattai in occasione della sua descrizione degli effetti della 2C-T-4 (un potente empatogeno) di fronte a un gruppo di colleghi a Palenque. Trattandosi di una molecola appena scoperta, era ancora legale, e il gruppo di Palenque, di cui facevo parte, su richiesta di Shasha provò sperimentalmente la sostanza, in mezzo alle paradisiaco ambiente delle piramidi dell’omonimo centro cerimoniale maya, compilando in seguito individualmente un questionario elaborato dal medesimo Shasha, che aveva lo scopo di fissare una serie di primi dati statisticamente significativi su questa nuova molecola. Ad ogni sostanza appena scoperta, Shulgin la saggiava prima su se medesimo, poi insieme a sua moglie, quindi cercava la disponibilità sperimentale fra colleghi sperimentati, disponibilità che non faceva fatica a incontrare. Shasha era consapevole del fatto che, quando una nuova molecola usciva dal suo laboratorio e la provava su se medesimo, egli era il primo essere umano e il primo sistema neuronale umano a incontrare quella molecola, e il dosaggio pieno – una volta individuato in seguito a una serie di autosperimentazioni con tecnice psiconautiche – voleva sempre provarlo con sua moglie, poiché riteneva importante che fosse una coppia umana e non un singolo individuo ad “aprire la strada” del rapporto del genere umano con la nuova molecola.

Le fotografie di Shasha scattate da Samorini al congresso di Palenque:

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