Vestire la canapa è una ritrovata tendenza del vivere ecologico. La fresca e resistente fibra naturale piace molto ai consumatori attenti alla sostenibilità ambientale dei propri acquisti. Eppure non basta a rilanciare l’originaria eccellenza del made in Italy in questo settore. Al confronto, la concorrenza della moda green proveniente dall’Oriente sembra imbattibile. Non si tratta di prodotti di qualità inferiore, quanto di produzioni che possono contare sull’abbondanza della materia prima, su lavorazioni artigianali a costi contenuti nonché su tradizioni canapiere centenarie paragonabili a quelle europee.

C’è un paese asiatico che più di altri è rinomato per la qualità delle lavorazioni tessili in canapa e non solo. Mi riferisco al Nepal, la terra himalayana dove la canapa cresce spontanea e selvatica, a disposizione della collettività per vari tipi di manifatture. Qui ogni anno tra febbraio e marzo viene ancora celebrata “la grande notte di Shiva”, il dio che consumava cannabis con sua moglie Parvati, apprezzandone l’effetto afrodisiaco. Durante tale festività è consentito e praticato ingerire (tramite un preparato chiamato Bhang) e fumare (nelle tipiche pipe Chilum) marijuana in onore della divinità induista.

Nonostante le politiche proibizioniste in Nepal siano molto severe, la canapa può essere coltivata e utilizzata – ma non venduta – come materia prima per la fabbricazione di alimenti, abbigliamento, corde, oli, carta. Il misticismo che circonda la pianta ha favorito lo sviluppo di un’etica commerciale alternativa allo sfruttamento industriale e alla speculazione, che avvengono ad esempio nelle vicine Cina e Tailandia.

Il Nepal ha così attratto piccoli investitori stranieri; tra questi ci sono anche aziende e associazioni italiane, che hanno deciso di puntare la loro attività sullo sviluppo delle filiere produttive di canapa tessile locali, a km 0, utilizzando le risorse naturali e le abilità manifatturiere autoctone. Queste imprese danno sostentamento alle comunità e spesso le coinvolgono direttamente nella gestione della catena commerciale, creando reti solidali che non di rado sfociano in vere e proprie amicizie. In questo contesto è nata e cresciuta l’esperienza LeoLine Natural Wear di Luigi Merolla, in cooperazione con spedizionieri e produttori tessili della valle di Katmandu.

LeoLine vende in Italia abiti e accessori in canapa che acquista in linea diretta da imprese nepalesi a conduzione familiare. La sede dell’azienda è a Napoli e nell’ufficio ove sono esposti in gran numero zaini, borselli, marsupi, cappelli, rotoli di tessuto e finanche guinzagli e spago in canapa, avverto un odore pungente e particolare che mi ricorda lo stabilimento canapiero di nonno Fiore a Frattamaggiore. «È l’odore della canapa, lo stesso che si sente nelle case e nei negozi dei villaggi nepalesi che ho visitato». Gino ci racconta di viaggiare da 25 anni in Nepal per il commercio di prodotti in fibre naturali. «Ho cominciato con le bancarelle di artigianato e abbigliamento in cotone, cashmere e lana che acquistavo da amici in Nepal. In passato non era conveniente il business della canapa tessile. Costava il doppio del cotone (come ancora oggi) ed era considerata merce di nicchia, con un mercato quasi inesistente. Negli anni 2000 la crisi del commercio causata dall’arrivo sul mercato dei prodotti in serie cinesi ha risvegliato l’interesse per la qualità dell’artigianato e la sensibilità per le lavorazioni rispettose dell’ambiente. In Nepal ciò è corrisposto ad un’espansione della produzione tessile in canapa e si è attivata una filiera produttiva – in cui mi sono inserito – che dai villaggi delle valli di Katmandu si conclude con la vendita dei prodotti in Europa senza altri intermediari, in modo da mantenere il prezzo finale il più basso possibile. In questo modo aumenta anche la fiducia dei clienti poiché si crea un collegamento diretto tra produttore e acquirente finale. Il mio ruolo di distributore è solo un anello nella catena della canapa che collega l’Europa alle pendici dell’Himalaya».

È nell’ultimo anno e mezzo che LeoLine tratta principalmente abiti e accessori in canapa. Perché hai deciso di investire in questo settore?
Quando sono tornato in Nepal nel 2017 i vecchi amici che fabbricavano abbigliamento in cotone si erano convertiti in gran parte alla lavorazione della canapa. Inoltre, era aumentato il numero di fattorie e migliorato il processo di trasformazione delle fibre in filati. Non l’ho deciso, sono stato trascinato dalla passione e dall’amore verso una pianta magica dalle infinite proprietà. L’attenzione all’ambiente che ci circonda ha poi favorito il settore dell’abbigliamento in canapa, perché è una pianta che non ha bisogno di pesticidi né di molta acqua per crescere.

Chi acquista in genere i tuoi prodotti?
Ho conosciuto personalmente molti dei miei clienti partecipando alle fiere della canapa che si sono svolte nell’ultimo anno in tutt’Italia; altri ci hanno contattato dopo aver visto il nostro catalogo sul web. Si tratta soprattutto di growshop e negozi specializzati in vendita di prodotti della canapa per lo più in Italia, ma pian piano ci stiamo facendo conoscere anche all’estero.

E la canapa italiana?
Il mercato della canapa italiana era potentissimo. Oggi non esiste. Ricordo che tutti un tempo utilizzavano lenzuola e corde di canapa ma oggi non conosco prodotti di canapa italiana sul mercato. In Nepal non hanno abbandonato le lavorazioni tradizionali, qui forse siamo andati troppo avanti e bisognerebbe fare un passo indietro, soprattutto rispetto alle logiche proibizioniste. Un impegno del governo a investire in impianti di trasformazione della canapa, che ad oggi sono pochissimi in Italia, potrebbe dare una speranza di salvezza al Mezzogiorno, che vanta un clima ideale per la coltivazione della pianta. Dovrebbero essere previsti dei sussidi per l’economia della canapa quale risorsa ecosostenibile, al pari degli incentivi previsti per le energie rinnovabili.

In effetti, la catena commerciale che lega il mercato della canapa tessile europeo al Nepal trova in esperienze come quella di LeoLine una dimensione sostenibile: non solo ecologicamente, per le qualità della pianta, ma anche economicamente, grazie allo sviluppo manifatturiero dei processi produttivi, a costi e prezzi contenuti. Mentre la canapa italiana resta uno sbiadito ricordo, l’esempio del Nepal mostra come un superamento delle rigide restrizioni sulla coltivazione ad uso industriale possa contribuire a sviluppare la filiera, favorendo sia le imprese, spesso a carattere familiare, che conservano la tradizione della canapa, sia nuovi attori del mercato che vogliono investire in un settore in forte espansione a livello globale.





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