Marco Cappato dell’Associazione Luca Coscioni con Mina Welby

È una nostra scelta vivere. Nessuno ci butta giù dal letto la mattina; nessuno ci obbliga ad indossare panni che noi stessi ci cuciamo addosso, attraverso scelte più o meno consapevoli. Siamo noi che decidiamo di studiare o di rimanere ignoranti.
È una nostra scelta restare in salute, attraverso la corretta alimentazione e l’attività fisica; come è una nostra scelta ingrassare, usare irresponsabilmente droghe e non rispettare le esigenze fisiologiche del nostro corpo.

Per chi segue un culto religioso la vita è donata, a tempo determinato, da una divinità astratta. Lo stesso Dio decide anche quando riprenderla.
Nelle religioni è però contemplato anche il libero arbitrio: scegliamo come condurre la nostra esistenza praticamente dalla nascita alla morte, e siamo liberi di peccare.
La legge, e quasi tutte le religioni, permettono di intervenire per salvare e prolungare la vita, anche quando dipende esclusivamente da una macchina che funziona attraverso una spina.

In casi estremi quella spina può esser staccata; ma questo non garantisce una dipartita senza sofferenze. E per noi esseri umani, che trascorriamo l’esistenza a ricercare il piacere e fuggire dal dolore, come può rimanere illegale una morte compassionevole?

Anche i più credenti pregano Dio affinché non soffrano; nonostante il cristianesimo insegni che il dolore è una prova di fede.
 Ma perché tale prova deve essere imposta, per legge, indistintamente a tutti i cittadini?

In Italia sono già regolamentate le cure palliative. Sono quei trattamenti che servono a chi sta per morire e non risponde più ad alcuna terapia medica. Nelle cure palliative il controllo del dolore, dei problemi psicologici, sociali e spirituali, sono di importanza fondamentale; col fine di migliorare il più possibile la qualità della vita dei pazienti, e delle loro famiglie.

Nel nostro Paese è inoltre possibile rifiutare i trattamenti sanitari: la legge 219/2017 disciplina la possibilità per il malato di rifiutare o sospendere qualsiasi terapia, comprese quelle salvavita, la cui interruzione provoca inevitabilmente la morte. Questa, logicamente, non avviene nell’immediato e, per alleviare le sofferenze conseguenti alla sospensione della terapia salvavita, il medico può aiutare il paziente attraverso una sedazione palliativa profonda continua.
Esiste poi la possibilità di ricorrere al testamento biologico, detto anche DAT (disposizioni anticipate di trattamento). Attraverso il DAT, ogni persona maggiorenne capace di intendere e volere, può lasciare proprie indicazioni circa i trattamenti sanitari di fine vita, nel momento in cui si trovasse in una condizione di malattia irreversibile, associata a grave disturbo cognitivo e tale da compromettere le sue capacità di coscienza, giudizio o di comunicazione. Nel DAT è possibile indicare anche un fiduciario che avrà il compito di rappresentare il soggetto nelle scelte mediche, qualora esso non sia più in grado di intendere e volere.

Rimane illegale l’eutanasia, o l’assistenza medica al suicidio, perché ancora regolamentato da una legge del 1930 che, con l’art. 580, punisce l’istigazione o l’aiuto al suicidio.

 

Fonte: Centre d’information sur l’Europe

Tale legge recita: «Chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni». È palese che questa legge non fu scritta per vietare l’eutanasia, che è da intendere come l’ultimo trattamento medico a volontà del paziente quando persiste una grave condizione di sofferenza e non vi è altra aspettativa se non la morte.

Grazie alla disobbedienza civile di Marco Cappato, esponente dell’Associazione Luca Coscioni, il problema è diventato di interesse pubblico. Cappato, nel 2017, ha infatti accompagnato Dj Fabo in Svizzera, per usufruire dell’eutanasia e porre fine alle sue sofferenze: l’uomo non sopportava più di vivere dopo esser rimasto paralizzato e cieco a seguito di un incidente stradale. Di conseguenza Cappato è stato accusato di aver violato la sopracitata legge. La Corte Costituzionale si è recentemente espressa dichiarando «non punibile» chi «agevola l’esecuzione del proposito di suicidio di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile».

Non credo possa esserci un altro punto di vista. A prescindere da qualsiasi motivazione, tutti dovremmo poter essere liberi di scegliere una morte compassionevole quando la nostra esistenza non può più essere definita “vita”. Non è una questione di ideali, che verranno sempre rispettati lasciando il diritto di scelta al cittadino; ma è per una questione di compassione che l’eutanasia deve diventare legale anche in Italia.

Ci siamo ormai evoluti così tanto che, quando si può, è illogico non rendere meno atroce la morte.





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