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Confermata l’efficacia del Cannabidiolo (Cbd), presente nella cannabis, nel rallentare la crescita delle cellule tumorali e inibire la formazione di cellule che nutrono i tumori, facilitando così la lotta contro il cancro. Questo si aggiunge alle già note e confermate capacità di questa sostanza di ridurre il dolore, la nausea e altri effetti correlati alla malattia e alla chemioterapia.

Uno studio del 2007, pubblicato sulla rivista Newsweek Special Advertising Feature, condotto dal California Pacific Medical Center, mostrava come il Cannabidiolo uccida le cellule tumorali nei pazienti con cancro al seno, distruggendo i tumori maligni e inibendo il gene ID-1 (una proteina che gioca un ruolo chiave nel diffondere il male ad altre cellule). Questo gene, nei soggetti sani, è attivo solo durante lo sviluppo embrionale, mentre nei malati di tumore al seno e di molti altri tumori maligni in stato avanzato, il gene è attivo e provoca le metastasi, favorendo il passaggio della malattia alle cellule sane. Spiega McAllister, studioso a capo del gruppo di ricerca: “Ci sono dozzine di tumori aggressivi che attivano questo gene e il Cannabidiolo riesce a fermarlo, presentandosi quindi come una cura potenzialmente senza precedenti: ferma il male come la chemioterapia ma, a differenza di quest’ultima, che uccide ogni genere di cellula che incontra devastando il corpo e lo spirito dei malati, il Cbd riesce a bloccare solo le cellule maligne. Il Cannabidiolo offre la speranza di una cura non tossica per migliaia di pazienti”. Da allora però non sono ancora stati condotti test clinici, indispensabili per confermare nell’uomo l’effetto visto in laboratorio. Nel 2012 si cercano ancora i fondi per testare sui malati di tumore l’effetto di questa cura.


La scoperta dell’efficacia di queste sostanze è vecchia di oltre 10 anni e si deve a Cristina Sanchez, una giovane biologa della Complutense University di Madrid. La Dott.ssa Sanchez stava studiando il metabolismo cellulare, analizzando le cellule tumorali del cervello, che crescono molto più velocemente delle cellule normali. Per caso notò che queste morivano ogni volta che erano esposte ai tetracannabinoidi (THC). Proseguì le sue ricerche e nel 1998 pubblicò i suoi studi dimostrando che il THC induce l’apoptosi, ovvero la morte delle cellule, di una forma particolarmente aggressiva di tumore cerebrale.

Molte le conferme, arrivate negli anni da diversi Paesi, che il THC e altri cannabinoidi, hanno effetti antitumorali diretti. Anche se decisamente poco pubblicizzato, il primo vero test clinico sull’uomo fu condotto in Spagna nel 2006. I ricercatori somministrarono THC a nove malati di tumore al cervello, che non avevano avuto benefici dalle terapie tradizionali, inserendolo direttamente nelle cellule malate con un catetere. Tutti e nove videro la proliferazione del tumore ridursi significativamente e i risultati furono pubblicati sulla rivista Nature. Nel frattempo gli studiosi della Harvard University trovarono gli stessi effetti nella cura dei tumori al polmone. La cosa più sorprendente che notarono fu il fatto che il THC colpisce solo le cellule tumorali, lasciando indisturbate le cellule sane.

Recenti studi alla St. George’s University di Londra hanno poi visto effetti simili sulla leucemia, con test pre-clinici. A fine luglio, l’ultimo congresso della International Cannabinoid Research Society ha messo intorno a un tavolo tutti i maggiori esperti sul tema a Friburgo, in Germania, con interessanti contributi anche da parte di studiosi italiani, che hanno parlato dei cannabinoidi come della “più potente arma a disposizione per l’eliminazione delle cellule tumorali nel cancro alla prostata”, mentre ricercatori della Lancaster University hanno riportato simili conclusioni per quanto riguarda il tumore al colon.

Eppure, attualmente, le uniche terapie convenzionalmente accettate contro il cancro sono quelle a base di chemioterapici. Quella che potrebbe essere la vera soluzione al male che porta la morte di milioni di persone all’anno nel mondo, rimane materia di ricerca in laboratorio, a cui si dedicano, senza fondi e con mille difficoltà, pochi scienziati squattrinati.





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