stupa bodhnath

Gli occhi mi hanno sempre affascinato. Non solo quelli delle persone. Ma quegli occhi singolari che ti guardano da qualsiasi punto uno si sposti, mi avevano sedotto. Anche dopo aver chiuso la rivista di reportage, la foto di quello sguardo mi ritornava in mente. Il Nepal mi aveva sempre riportato ad attività come il trekking o le arrampicate in uno tra i più belli e suggestivi scenari del mondo, tra cime maestose. Ma alla religiosità di quel luogo non avevo mai pensato, eppure era famoso per i viaggi del sollievo di anima e corpo.

Il Nepal è un punto di incontro fra due grandi religioni: l’induismo e il buddismo; fra due civiltà: la cinese e l’indiana; fra due razze: la caucasica e la mongola. Ed è il paese dove storia, civiltà e miti si intrecciano. Oggi è uno stato principalmente induista, nonostante alcuni tra i gruppi etnici che vi abitano, i “newari” e gli “sherpa”, siano buddisti. Ma le due religioni si fondono tranquillamente nella tolleranza dei nepalesi che pregano indifferentemente in qualsiasi tempio, mostrando ovunque grande devozione.

Quegli strani occhi incrociati per caso sulle pagine di un giornale, mi avevano fatto scegliere senza esitazione la meta della mia futura avventura: la valle di Kathmandu. Zona non molto vasta, 20 chilometri per 25, che accoglie preziose città, ognuna diversa dall’altra e con un carattere proprio, che ingioiellano i campi rubati alla montagna. Kathmandu, il cui nome significa “tempio del legno”, è situata a 1400 metri di altezza nel punto in cui con fluiscono i fiumi Bagmati e Vishnumati. Ha origini molto antiche, si dice infatti sia stata fondata nel 723 avanti Cristo e, secondo una leggenda, era un lago miracolosamente prosciugatosi.

Il punto di partenza dell’itinerario è la capitale, ma gli spostamenti vengono fatti in bicicletta date le brevi distanze: il tempo di percorrenza è al massimo di due ore pedalando a velocità turistica. Il noleggio delle bici è cosa piuttosto semplice e poco costosa a Kathmandu, ma non bisogna contare su quelle di ultima generazione: spesso sono vecchiotte e senza luci, e prima di partire è bene controllare che il sellino non sia eccessivamente duro perché i nostri spostamenti dureranno una decina di giorni. I nepalesi sono persone molto gentili e sorridenti, anche se riservate. Chi non parla inglese è comunque disponibile a dare indicazioni e informazioni e sono piuttosto bravi ad usare la gestualità per sopperire alla mancanza di una lingua comune.

Kathmandu è città molto viva e le strade sono sempre piene di persone, animali e confusione e con un alto tasso di inquinamento. Le vacche sono animali sacri, intoccabili. Passeggiano indisturbate per le strade e a volte anche sui marciapiedi, e non è difficile imbattersi in un caotico traffico stradale fatto di auto, camion, biciclette e risciò, causato da una di loro, tranquillamente distesa nel bel mezzo della via. I vigili locali intervengono per deviare il flusso dei veicoli che viene modificato in base agli spostamenti del bovino. Nella città, nonostante il grande movimento, si respira un’atmosfera da medioevo soprattutto in centro tra strade strette lastricate, case con preziosi intarsi in legno, piazze circondate da templi affascinanti e mercati vivissimi e colorati.

Durbar Square è la piazza principale dove si affaccia l’antico palazzo reale, il tempio di Vishnu Narayan e, nelle vicinanze, il palazzo della Kumari, un edificio del XVIII secolo a tre piani ornato da stupende finestre scolpite dove serpenti, demoni, spiriti e uccelli antropomorfi si affacciano da un’intricata foresta di rododendri e fiori di loto. Cercare di intravedere la Kumari, la piccola vergine prescelta per proteggere il Nepal e costretta a vivere rinchiusa nel suo palazzo, è difficile ma non impossibile. Una tradizione antica di tre secoli vuole infatti che una piccola bambina, scelta generalmente a tre o quattro anni tra le figlie della stirpe dei Sakya, la stessa alla quale apparteneva il Buddha, viva rinchiusa in quel Palazzo potendone uscire solo tredici volte l’anno in occasione di altrettante feste religiose, senza avere contatti con il mondo esterno, parenti inclusi. Questa “divina reclusione” terminerà con le prime mestruazioni perché l’eletta deve possedere le “32 perfezioni”, tra le quali bellezza, pelle chiara e profumata, dentatura perfetta, seni poco appariscenti, ma soprattutto non deve avere né ferite né perdere sangue in alcun modo.

Anche il coraggio è una delle “perfezioni” e per testare questa qualità, i sacerdoti che selezionano la Kumari fanno dormire la bambina in una stanza buia tra le teste di capre e bufali sacrificati in suo onore. Quando andrà “in pensione “ la giovanissima vergine potrà sposarsi ma in realtà, siccome un’antica superstizione vuole che l’uomo che la sposerà, morirà giovane, la vita delle ex Kumari non è per niente facile e molte di loro sono costrette, per continuare a vivere, a prendere la via della prostituzione.

kumari

La bicicletta consente di spostarsi abbastanza agevolmente tra le vie e gli animati mercati della città e va inforcata di buon ora per dare il via al giro dei santuari nella Valle di Kathmandu. Spostandosi tra un sito e l’altro non è raro, in un giorno limpido, vedere in lontananza l’imponenza delle montagne himalayane. Conviene programmare uno o due santuari al giorno, secondo le distanze da Kathmandu, dove si ritorna ogni sera in albergo.

A 4 chilometri dalla capitale si trova Swayambunath, uno dei più antichi santuari buddisti del mondo, sembra abbia 2500 anni, costruito in cima ad una collina. I grandi occhi che mi avevano ammaliato e che sono in parte responsabili del viaggio in Nepal, sono lì, visibili per chilometri, già prima di arrivare al santuario. L’accesso allo stupa, il monumento costruito come santuario o reliquario buddista, è da una lunga scalinata sempre affollata, in cima alla quale numerose scimmie soggiornano tra riso e altri doni offerti dai fedeli alla divinità ma di cui i dispettosi animali, si cibano. I colori, la religiosità e la puzza si fondono in un insieme che stordisce e disorienta noi occidentali.

A 5 chilometri da Kathmandu c’è Patan, chiamata la “città della bellezza”, dove più di tutte le altre, si respira aria del passato. L’antico sito di Durbar Square è uno spettacolare concentramento di templi, autentico museo all’aperto in uno scenario mozzafiato. Interessante è Mahabuddha, monumento realizzato con mattoni in terracotta ognuno lavorato con immagini della vita del Buddha. Sculture in legno, bronzi cesellati e altre meraviglie: l’architettura qui è fantastica!

L’equivalente induista di Swayambunath, è Pashupatinath, la Benares del Nepal, costruita sulla riva del fiume sacro Bagmati, dove la gente va per purificarsi o per morire. In questo caso il corpo del defunto viene adagiato su una pira di legno che viene accesa dal figlio maggiore vestito di bianco e con i capelli rasati. I turisti possono assistere alla cerimonia, ma si consiglia un certo riguardo. La compostezza dei parenti è ammirevole: non ci sono né lamenti, né pianti quando la fiamma si alza e diffonde nell’aria l’acre odore di carne bruciata. Sui volti dei congiunti appare solo una grande dignità per il dolore. Intanto mentre le ceneri raccolte vengono sparse nel fiume, poco più in là sull’altra sponda, due bambini giocano con l’acqua, una massaia lava i panni e un signore il suo animale. Pashupatinath, dedicato a Shiva, possiede il complesso religioso più vasto del paese e richiede almeno una mezza giornata per la visita. Il suo stupa è tra i più grandi e la costruzione è circondata da mulini di preghiera, cilindri rotanti su un asse verticale con all’interno preziose pergamene di preghiere, che i fedeli fanno girare, come vuole la credenza, in senso orario.

Il principale centro buddista della Valle è Bodnath, dove vive attualmente la maggior parte dei tibetani fuggiti dal Tibet prima dell’invasione cinese del 1959. Stabilitisi piuttosto numerosi a Bodnath, animano un interessante mercatino. Il suo grande e antichissimo stupa secondo la leggenda fu fondato per contenere le reliquie di Buddha Kashyapa.

La località più distante è Bhaktapur, 10 chilometri verso est. La strada da percorrere è attraversata da risaie terrazzate e un bosco di conifere; questo scenario, unito alla lontananza da Kathmandu, che la preserva dal turismo di massa, ne aumenta l’atmosfera medievale. La città conosciuta anche con il nome di “città dei nasi tagliati” per un antico sopruso che gli invasori avevano operato nei confronti degli abitanti, è patrimonio culturale dell’Umanità dell’Unesco e nel suo centro si può circolare solo in bicicletta. La Nyatapola Mandir, la splendida pagoda a cinque livelli, nell’ultimo del quale risiede un piccolo locale, infonde una magia inspiegabile: sorseggiare una bevanda dall’alto di una piazza antichissima, fa immergere in una dimensione d’altri tempi e sentire protagonisti di una pellicola cinematografica come “Piccolo Buddha”.

Dieci giorni tra monasteri, santuari e lunghe pedalate in bicicletta tra le silenziose campagne della valle di Kathmandu, mi hanno fatto allontanare dai contrasti del mondo occidentale. Namaste, il segno di ringraziamento che i nepalesi fanno unendo contemporaneamente le mani giunte davanti alla fronte, è il mio grazie a quegli occhi magnetici di un santuario che mi hanno portato in Nepal. Namaste, Kathmandu.

a cura di Marina Cernia





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