Nel mezzo delle prealpi piacentine, immerso tra boschi e noccioleti, esiste un ecovillaggio. Si chiama Tempo di Vivere. Si tratta di una cascina dell’Ottocento, tutta in pietra, circondata da campi e sentieri, i cui abitanti si assumono la responsabilità di una vita in comune lavorano per soddisfare i bisogni dei componenti del gruppo. Perché in una società impregnata di individualismo, scegliere di vivere insieme è proprio una bella responsabilità. Dal 2017 abitano là sette persone, oltre a qualche ospite di passaggio da quelle parti e insieme praticano, tra le altre cose, l’agricoltura e l’homeschooling.

Ad arrivare lassù coi mezzi pubblici ci si deve organizzare. Da Piacenza un autobus ti porta a Bettola, un piccolo borgo a un’ora di strada. Da lì all’ecovillaggio, in località Piccoli di Calenzano, i mezzi non ci sono più: o sei preparato, e hai prenotato l’unica navetta disponibile almeno ventiquattro ore prima, oppure sono tre ore di cammino. Se però riesci a prenderla, in circa mezz’ora sei su nelle prealpi piacentine. In ultimo, una volta a Piccoli di Calenzano, e dopo una passeggiata di alcuni minuti, sei arrivato a destinazione: allo sguardo si apre quella cascina tutta di pietra circondata da noccioleti.

Tra nuovo e antico
Alla prima occhiata, un ecovillaggio evoca tempi passati. Perché vivere a contatto con la terra, alle prese con una quotidianità non sempre comoda e immediata, ha sempre un sapore antico. Un antico che dà l’impressione di essere più autentico, delle volte. Eppure, a pensarci su, a una seconda occhiata più attenta, un ecovillaggio è più del passato che evoca. È prima di tutto una comunità intenzionale, uno spazio in cui le persone, intenzionalmente appunto, decidono di abitare. E lo fanno assieme, condividendo. «Era l’estate del 2010 quando e io ed Ermanno abbiamo iniziato a meditare sulla realtà degli ecovillaggi. – mi racconta Katia, una delle abitanti di Tempo di Vivere e moglie di Ermanno. Insieme, da Milano, si sono trasferiti – Ci siamo resi conto che in Italia esistevano già queste realtà. Così abbiamo iniziato a visitarli. Mi sono accorta che in quei luoghi la tendenza era quella di definire le persone in base al proprio essere e non in base alla propria occupazione. Quando abbiamo conosciuto gli ecovillaggi ho compreso che esistono altre possibilità nella vita. Fino ad allora non le avevo mai prese in considerazione. Quello che facciamo a volte appare così naturale al punto di pensare che sia l’unica soluzione possibile». Una nuova consapevolezza che, col passare del tempo, ha portato i suoi frutti. Così, dopo alcuni anni trascorsi a conoscere le comunità intenzionali, Katia ed Ermanno, insieme ai loro due figli piccoli Pietro e Isotta, e con altri compagni di percorso, danno vita a Tempo di Vivere.

Ad ascoltare le parole di Katia, così come quelle degli altri abitanti, mi accorgo che per un ecovillaggio non è poi così importante diventare l’alternativa al mondo là fuori. Fondamentale diventa invece riuscire a crescere insieme in una condivisione continua. Comprendo che la scommessa dell’ecovillaggio non sta nel vivere tra le montagne, lontano dal via vai del mondo: la scommessa è farlo insieme. E allora la comunità non è più solo e soltanto il luogo in cui si riscopre il contatto con la natura. La comunità è anche, e soprattutto, lo scenario per una nuova forma di relazionalità.

Pionieri di una nuova relazione
Le storie sui cambiamenti umani sembrano seguire tutte il medesimo canovaccio: una vita segnata dalla velocità delle cose, la sensazione di non farcela, a volte di soffocare, la scoperta di un’alternativa, la scelta di cambiare, la felicità. Possono mancare uno o più elementi ma la narrazione non cambia nella sua sostanza. Eppure, a volere capire la scelta comunitaria, è proprio alle storie che bisogna guardare. «Ho visto negli ecovillaggi un nuovo modo di relazionarsi. – mi racconta Gabriella, un’altra abitante di Tempo di Vivere – Ho visto una possibilità di cambiare». Un cambiamento, questo, che non passa solo da se stessi e dalla propria buona volontà. Passa anche dalle relazioni: sono queste a innescare un cambio di rotta. Perché l’uomo, in fondo, altro non è che il precipitato dei legami che riesce a instaurare. Ne è la risultante. «L’essere umano – aggiunge Gabriella – è un essere speciale che non conosce se stesso. È così confuso che non vede il suo potenziale». E la paura, in tutto questo, è fondamentale. Me ne parla Ermanno: «La paura è un buon punto di partenza per definire l’uomo. L’uomo è un soggetto con tanti bisogni e con tanta paura. Questa arriva nel momento in cui non credi nelle tue capacità. Quando però diventi consapevole di quello che puoi fare, la paura passa. Io avevo paura, soprattutto nella mia scelta di cambiare modo di vivere».

Dalla paura di essere derubati in casa, alla paura di essere fregati da qualcuno, a quella di scoprirsi malati, fino alla paura di morire, la paura è l’ingrediente principale di una buona porzione di vita. Così, date le premesse, le conclusioni sono inevitabili: blinderai la porta di casa, ti tratterrai dall’aprirti veramente a qualcuno, sposerai la diffidenza verso gli altri, proverai l’ansia sociale. È la paura a generare un modo di vita soffocante e l’ecovillaggio può essere una via di uscita.

Oltre l’ecovillaggio: la rete
Simona Straforini è un’altra abitante di Tempo di Vivere. Oltre a questo è anche consigliera della Rete italiana villaggi ecologici, più elegantemente chiamata Rive (www.ecovillaggi.it). Mi spiega che gli ecovillaggi italiani, in fondo, sono il nodo di una più grande rete fatta da altri nodi ancora. La rete, da venticinque anni, fa quel che può per condividere saperi, tecniche ed esperienze tra le comunità intenzionali: l’idea è che ogni comunità cresce e impara a camminare sulle proprie gambe buttando un occhio alle esperienze altrui. Ogni villaggio ha le sue caratteristiche, specializzazioni si potrebbe dire, e per questo la condivisione è importante: c’è chi è più improntato all’agricoltura, chi alla crescita interiore, chi è più estremista e vive senza agi, ma in generale «L’obiettivo degli ecovillaggi appartenenti alla Rive – racconta Simona – è quella di riscoprire un impianto relazionale nuovo, con le cose e con le persone. Questo significa fare in modo che il proprio vivere e abitare sia autosufficiente e con un basso impatto ambientale. L’ecologia, sotto un certo aspetto, è anche questo: prendersi cura di quel che abbiamo intorno per vivere al meglio. Per analogia vale anche per le persone».

Di ecovillaggi affermati, in Italia, ne esistono circa una ventina. Tante altre realtà, difficili da calcolare, sono in via di costruzione. Alcuni esistono dagli anni Sessanta, altri sono decisamente più recenti. Un movimento di persone, uomini e donne, anziani e bambini, impegnato a trovare una soluzione a quelle che, lo abbiamo capito, sono le paure del nostro tempo. Una soluzione che prende la forma di un grande ritorno alle relazioni umane. Perché il futuro passa dal contatto: è questo il significato dell’abitare insieme.





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