Da tempo la legalizzazione della cannabis è diventata materia di divisione all’interno delle comunità indigene degli Usa, allo stesso modo di come fu per il gioco d’azzardo nei decenni passati, dividendo coloro che ci vedono un’opportunità di sviluppo per le riserve indiane e chi teme siano elementi di corruzione della originale cultura indigena.

Un tema che ora sta dividendo al suo interno i circa 160.000 membri della nazione Navajo, i cui leader hanno intimato ad un imprenditore indigeno di smettere di coltivare cannabis all’interno della riserva. L’imprenditore, socio una compagnia di Las Vegas, è accusato dagli indigeni di coltivare sia canapa tessile che marijuana all’interno dei propri terreni. Per la legge Navajo, infatti, la cannabis è illegale per ogni utilizzo e non è permessa neppure quella non psicoattiva e a scopo industriale.

I capi Navajo hanno addirittura intimato ai braccianti che lavorano per l’uomo, principalmente immigrati asiatici, di lasciare il territorio della riserva.

I leader della nazione Navajo hanno portato l’imprenditore in tribunale e la scorsa settimana hanno ottenuto una prima vittoria: il giudice distrettuale ha concesso un ordine restrittivo temporaneo che interrompe la coltivazione della canapa.

Il tema della cannabis divide da tempo le comunità indigene. Presso alcune riserve la cannabis è già legale e venduta liberamente, mentre altre riserve la osteggiano profondamente. Già nel recente passato un altra nazione indigena, quella dei Yakama, aveva rifiutato la cannabis sostenendo “la legge del popolo indigeno rifiuta la marijuana e la considera illegale. Per questo non vogliamo che il nostro popolo, o chiunque altro, utilizzi, coltivi o venda marijuana sulle nostre terre. L’uso di marijuana non fa parte della nostra cultura o religione o stile di vita quotidiano, né della nostra medicina tradizionale. Vi preghiamo di rispettare le nostre terre e la nostra posizione”.

 

 





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