C’è davvero brutta aria in giro per il mondo. La decisione della monarchia saudita, con i suoi alleati nel Golfo, di andare ad una resa dei conti con l’emiro del Qatar è notizia davvero preoccupante.
Arriva all’indomani della visita di Trump in Arabia Saudita, del suo invito a far fronte contro l’Iran considerato il paese del “male” nella regione. E fa seguito alla firma di contratti per 100 miliardi di dollari in armi che gli Usa faranno avere alla più importante monarchia petrolifera del mondo.

L’accusa al Qatar è di fomentare il terrorismo. Accusa penosa visto che viene da un paese che da decenni è sospettato di far da cassa alle peggiori formazioni terroriste, portatrici della stessa ideologia wahabita dei regnanti sauditi, e le cui responsabilità nella tragedia dell’11 settembre non sono mai state chiarite.

La realtà è che il Qatar ha appoggiato più esperienze critiche o di rivolta rispetto alla autoritaria ed illiberale leadership regionale dei sauditi. La sua tv Al Jazeera è l’incubo delle monarchie del Golfo per l’informazione a tutto campo offerta di cui si sono cibate gran parte delle cosiddette primavere arabe.
L’ emiro del Qatar non è uno stinco di santo, ma persona pragmatica. Una certa democratizzazione favorisce gli affari. La guerra santa verso l’Iran li danneggia. Il Qatar ha una rete di business con l’Iran molto grande.

Obama aveva puntato su questo tipo di filosofia. Affari e democrazia avrebbero reso più vivibile la penisola arabica ed il medioriente. Trump, al contrario, sembra puntare all’isolamento dell’Iran e al rafforzamento della gestione autoritaria dell’area. Che questo possa portare a nuovi e terribili conflitti poco importa. L’industria americana delle armi ha solo da sperarlo.




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