Questa è la storia di Rosaria che a diciannove anni lascia la Puglia per trasferirsi a Firenze e realizzare il suo sogno: creare abiti e lavorare nella moda. Ci riesce e per vent’anni è interna ai brand che contano, prima MaxMara poi Giorgio Armani. È felice, realizzata, ma un giorno il mondo cambia: il fast fashion prende il sopravvento, l’e-commerce stravolge le dinamiche del mercato e l’inquinamento, ormai ingestibile, esige un ripensamento dell’intero settore. «È stato allora che ho capito che dovevo fermarmi. La macchina del fashion scricchiolava da ogni parte. Così ho dato le dimissioni e ho chiuso con quella vita». Ma non con la creatività, con i tessuti e con la moda che l’avevano attratta fin da bambina, quando chiedeva alla madre, sarta e modellista, di insegnarle il mestiere. Oggi Rosaria è nuovamente felice. È una libera professionista dell’upcycling, un nuovo modo di intendere la moda, lontano anni luce dal consumismo e dall’0mologazione. Più sostenibile sotto tutti i punti di vista.

Upcycling: spiegaci, per favore.
Oggi lo chiamiamo così, ma altro non era che l’arte del risparmio applicata in un’economia domestica. Finora è stato un fenomeno popolato soprattutto da amatoriali, ma adesso anche i signori del fashion hanno cominciato a occuparsene, me compresa. Il mio intento con l’upcycle è quello di creare un abbigliamento cool che ti distragga dalla noia dell’abbigliamento usuale perché ti consente di nutrire il tuo ego estetico (vestirsi è un bene primario ma anche una forma di comunicazione attraverso la quale puoi dichiarare a tutti quello che è il tuo mondo interno, la tua unicità) e allo stesso tempo di salvaguardare e risparmiare le energie del pianeta.

In pratica cosa fai?
Ci sono mille maniere per rimettere in circolo capi dismessi. Ad ogni modo, prima di cominciare a elaborare un capo e dargli nuova vita bisogna farsi una domanda: perché è fermo da tempo nell’armadio e non viene più indossato? Sulla base della risposta si costruisce il processo upcycle con tecniche e procedure che cambiano in base alle necessità.

Un esempio, grazie.
Ok, apri il tuo armadio. Come minimo hai dieci giacche scure, vero? Ma ne usi solo una, non è così? La giacca scura è un capo basico classico, un capo archivio da tenere per ogni eventualità, però: una non la metti perché è scomoda, l’altra perché è troppo stretta, una è troppo larga, una ti fa sembrare goffa. Sulla base di queste risposte si cerca di riutilizzare quelle giacche facendone una su misura, che è la vera e unica soluzione per avere una bella giacca pennellata addosso.
Oppure si tratta di refashionare capi con vestibilità o tessuti improbabili dandogli vita completamente nuova, cambiandone l’utilizzo, ad esempio trasformando un pantalone in un vestito. Oppure customizzare una banale t-shirt rendendola unica. O ancora repairizzare sostituendo o aggiungendo pezzi di tessuto, facendo il rammendo creativo. Le tecniche in realtà sono infinite.

Su Instagram hai mostrato come hai trasformato un paracadute in un vestito da sposa. Impressionante! Ma tutte le foto “Before” e “After” su @___riapi___ hanno un grande impatto emotivo. Non si tratta di capi in vendita, sono cose tue o che hai rimesso a nuova vita su richieste di altri. Perché lo fai?
Ho deciso di postare e condividere su Instagram il prima e il dopo di ogni capo su cui ho messo le mani perché mi piacerebbe che la gente capisse le potenzialità dei capi dismessi e fermi negli armadi. La difficoltà maggiore è far emergere questo tipo di abbigliamento upcycle in mezzo a un infinito mare fashion saturato principalmente dai grandi brand e multinazionali, piccoli brand luxury e non, grandi distribuzioni, capi vintage, capi fake, e-commerce… senza dimenticare il mercato nero dei capi dei grandi brand. Quello che cerco di fare è dire: ehi, esiste anche l’upcycle!





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