Se alla soglia degli 80 anni vi chiedessero di tirare le somme e valutare se la vostra vita è stata soddisfacente e felice, che cosa andreste a mettere sulla bilancia? Stile di vita, denaro, viaggi, la famiglia, la popolarità?
E se fosse possibile seguire una giovane vita, dall’adolescenza all’età adulta e oltre, fino alla vecchiaia per raccogliere dati medici, fisici, psicologici e cercare la ricetta della felicità?

Ad Harvard lo hanno fatto. Nel 1938 hanno preso due gruppi di giovani ragazzi e seguiti nell’arco della loro intera vita. Il primo gruppo erano proprio degli studenti di Harvard che provenivano da un ceto sociale medio alto, mentre il secondo erano dei ragazzi della periferia di Boston, provenienti da famiglie svantaggiate che spesso non avevano nemmeno l’acqua corrente nell’abitazione. Dei 724 ragazzi della prima generazione di studio circa una sessantina sono ancora in vita, alla soglia dei 90 anni e ancora partecipano alla ricerca “Study of Adult Development“.

Sono rarissime le ricerche scientifiche che superano il primo decennio di raccolta dati: molto spesso le persone coinvolte lasciano il programma oppure finiscono i finanziamenti o i ricercatori vengono distratti da altre cose o semplicemente muoiono e nessun altro prosegue col loro lavoro. Ma questa ricerca per una serie fortuna di cause dura da 78 anni e ad oggi, con Robert Waldinger, quarto direttore dello studio, conta più di duemila persone analizzate, uomini, donne e bambini, figli e moglie della prima generazione.

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In tutti questi anni di analisi mediche, questionari, colloqui individuali, video, scansioni del DNA e dell’encefalo lo studio ha fornito ai ricercatori una quantità imponente di informazioni, restituendo un’importante risultato.

Le buone relazioni ci mantengono in salute e felici.

Soldi, fama non contano. Della prima generazione c’è chi ha scalato la piramide sociale fino alla cima e chi l’ha percorsa a ritroso. Alcuni dei giovani sono diventati medici, avvocati, uno Presidente degli Stati Uniti; altri alcolisti e una piccola percentuale schizofrenici. Ma chi a 50 anni era soddisfatto delle relazioni sociali che aveva instaurato ed era certo di poter contare su una buona rete (e non necessariamente grande) di famigliari e amici erano gli stessi che a 80 anni avevano una memoria più acuta, meno acciacchi ed erano i più felici.

Una riflessione va quindi fatta anche sulla qualità delle relazioni: non servono un’infinità di conoscenti e nemmeno poche relazioni idilliache. Anche un matrimonio può essere litigioso, ma se alla base c’è fiducia reciproca e la certezza di poter contare sull’altro nel momento del bisogno o di sofferenza è stato scientificamente provato che si vive più felici, fisicamente meglio e più a lungo rispetto a persone che si sentono sole.
La solitudine è risultata tossica per l’uomo. Chi si isola dagli altri sarà più predisposto ad ammalarsi e vivrà statisticamente meno.

La ricetta per la felicità è impegnativa quanto banale: creare e curare buone relazioni.

E perché è così difficile da attuare? Gli esseri umani tendono a volere una soluzione rapida e tangibile o possibilmente misurabile (vedi ricchezza e fama). Invece curare le relazioni è complicato, richiede tempo, energie e impegno, ma come risultato regala una vita che è valsa la pena vivere.





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