In ogni Paese che nutra la velleità di chiamarsi civile, il tutore dell’ordine deve costituire per il cittadino una figura di riferimento sulla quale poter contare, un punto fermo nel mantenimento della legalità e della sicurezza. Volendo semplificare al massimo il “buono” che aiuta i buoni a difendersi dai cattivi, del quale occorre fidarsi ciecamente.

Proprio la fiducia dei cittadini nei confronti dell’operato delle forze dell’ordine è il fondamento di qualsiasi sistema democratico e alla base di questa fiducia si pone il convincimento che il poliziotto rispetterà sempre la legge e nel caso non lo facesse andrà incontro a pene e sanzioni alla stessa stregua di chiunque altro.

Perché questo possa avvenire è naturalmente necessario che qualsiasi elemento appartenente alle forze dell’ordine sia facilmente identificabile nello svolgimento delle sue funzioni.

Senza dubbio sarebbe sbagliato pretendere che un poliziotto, magari impegnato in un arresto o in una carica, porti appuntato sul petto il proprio nome come l’operatore di un supermercato, dal momento che a causa di ciò potrebbe prestare il fianco a ogni genere di ritorsioni, ma esiste un mezzo (da tempo usato in molti altri Paesi europei) in grado di coniugare allo stesso tempo la possibilità d’identificare ogni singolo appartenente alle forze dell’ordine durante le operazioni da esso compiute e la necessità di mantenere integro il suo anonimato.

Si tratta di un codice identificativo, da appuntare sulla divisa o sul casco che permetta di risalire al poliziotto che ha compiuto una determinata azione (magari documentata da un video) senza che venga pubblicamente intaccato il suo anonimato.

Qualora ogni agente fosse munito di codesto codice identificativo, diventerebbe molto più semplice risalire ai colpevoli dei molti episodi incresciosi aventi per oggetto abusi di potere e comportamenti al di fuori della legalità da parte di elementi delle forze dell’ordine, che sono avvenuti e avvengono nel nostro Paese. Un’operazione che tutelerebbe prima ancora dei cittadini proprio le forze dell’ordine che hanno l’assoluta necessità di godere della fiducia di tutti.

Nonostante molte associazioni chiedano da tempo con veemenza l’introduzione del codice identificativo – non ultimo l’appello di Amnesty International da tempo impegnata su questo fronte – e siano anche state presentate delle proposte di legge che si muovevano in questo senso, nessun governo ha finora compiuto qualche sforzo per risolvere il problema. Recentemente il ministro Salvini ha esternato la propria contrarietà all’introduzione del numero identificativo (mentre il Movimento 5 stelle nella scorsa legislatura aveva presentato un ddl per la sua introduzione a firma Marco Scibona) dicendo di preferire l’installazione di una videocamera sulle divise, nelle autovetture e nelle celle di sicurezza, con lo scopo di documentare eventuali irregolarità.

Che si tratti del numero identificativo, di una telecamera o di quant’altro, l’auspicio è quello che il nuovo governo riesca nel corso della legislatura a risolvere il problema, troppe tragedie sono accadute in Italia senza un colpevole e senza un perché, per far sì che ci si possa permettere di tergiversare ulteriormente, ledendo in questa maniera tanto gli interessi delle vittime quanto quelli di coloro che quotidianamente rischiano la vita sulla strada, onorando con orgoglio una divisa.

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