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Siamo ad Alagna Valsesia, ai piedi del maestoso Monte Rosa, per raccontare una storia, non solo di decrescita, ma di vera e propria simbiosi con la natura. Giuseppe Pozzi, poco più che quarantenne, nel 1999 molla tutto e si trasferisce in un posto in cui – come dice lui stesso: “Le aquile imparano a volare”. Ad alta quota, tra i lunghi silenzi nevosi dell’inverno e i cieli blu cobalto della stagione estiva, Giuseppe trova un cumulo di pietre che in pochi mesi, da solo, trasforma nella sua abitazione. Una sfida titanica con il territorio e con se stesso per realizzare un progetto di vita estremo. L’immane fatica fisica è solo uno dei modi con cui Giuseppe si rapporta ad un territorio di cui impara a conoscere ogni aspetto: dal più poetico al più ostico.

Decrescita? Forse sì se partiamo dal presupposto che questa parola indichi una volontaria rinuncia ad una corsa senza freni e ad un accumulo di beni e cose da consumare più che da usare. Ma se pensiamo alla decrescita anche come a qualcosa che porti con sé un altro tipo di arricchimento, allora la storia di Giuseppe diventa emblematica di una ricerca di autenticità ed essenziale. La domanda che, forse banalmente ma legittimamente, viene da porsi dinanzi ad esperienze come questa è chi sia più ricco tra Giuseppe e un cittadino intrappolato in meccanismi sempre più alienanti in cui la vita viene scandita da qualcosa di cui perde sempre più il senso.

Giuseppe vive in una dimensione, non solo geografica ma anche temporale, in cui lo sguardo e il respiro acquistano un’ampiezza e una ricchezza maggiori di quelle portate da qualsiasi bene materiale. Perché conquistate con una volontà quasi feroce ed un’armonia, seppur sofferta, con l’ambiente circostante.

Niente di facile nella scelta di vita di Giuseppe in cui, a noi che viviamo in modo così diverso, possono saltare agli occhi solo gli elementi di rinuncia; ma, a guardare bene, rinuncia a cosa? Quando lui racconta di come, in inverno, nel completo isolamento, trascorra ore a meditare guardando la bellezza dei monti, è difficile non farsi almeno sfiorare dal dubbio che a rinunciare a qualcosa siamo noi.

La sua decrescita è in realtà la scelta di crescere in altro modo, recuperando saperi e valori altri, valorizzando e utilizzando le risorse di un territorio difficile, estremo ma non ostile a chi decida di ascoltarlo con altre orecchie, di lavorarlo con altre mani. Giuseppe, che ha trasformato la sua casa in un B&B, ogni estate riceve la visita di viaggiatori e amici che, dopo aver trascorso qualche giorno con lui, si ritrovano un po’ intontiti ad affrontare la solita quotidianità fatta di false priorità che, tutti privilegiano, tranne il vero benessere, la vera bellezza in cui dovrebbe rispecchiarsi la vita.

Allora decrescita è anche questo, è fermarsi a pensare, costruirsi la casa con le proprie mani, scaldarsi con la legna, mangiare ciò che da la terra, imparare a vivere una solitudine popolata da immagini e riflessioni a costo zero e a chilometro zero. Nel più trito e banale dei luoghi comuni un uomo come Giovanni viene definito folle, come sempre accade a chi, senza volerlo, diviene portatore di uno sguardo diverso, che può anche far paura. Ma folli forse siamo noi con il nostro modo di vivere, con la presunzione di chi pensa che tutto ci sia dovuto; anche le risorse di un pianeta che non ce la fa più ad inginocchiarsi ai nostri piedi, sporchi di egoismo. Se ci fossero più Giuseppe in giro, che impatto diverso avremmo su tutto ciò che ci circonda?

E queste domande e questi dubbi sono al centro del bellissimo documentario “Un uomo al suo posto” che, il regista Manuele Cecconello, sta girando proprio su Giuseppe, sulla sua storia e sul suo, involontario, insegnamento. Un’opera che speriamo veda prestissimo la luce perché, storie come questa dimostrano come la bellezza, e quindi l’estetica, abbiano un’etica da cui non si può più scappare.

Geraldine Meyer
www.voglioviverecosi.com

 





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