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Ci siamo lasciati un terzo di questo 2016 alle spalle. Come scrivevamo qualche numero fa, il 2015 si è chiuso lasciando la sensazione che il rap più underground volesse prendere le distanze dai quei progetti che hanno spopolato nelle classifiche di vendita con un approccio più commerciale e meno coraggioso; questo nuovo anno si è invece aperto con poche uscite discografiche a livello quantitativo, ma anche qualitativo: su tutti, di sicuro “Hellvisback” di Salmo, disco d’oro in una settimana e disco di platino in due mesi dall’uscita, “Nonostante tutto” di Gemitaiz, disco d’oro in due settimane, e progetti con numeri minori ma degni di nota come “Jack uccide” dell’altro machetero Jack the Smoker, “Rapper bianco” di Nex Cassel e “StereoTelling” di Kiave, o appena usciti come “Fuori da qui”, il secondo album solista di Jake la Furia.

I primi quattro mesi del 2016 non sono dunque stati particolarmente fertili e nemmeno i prossimi, stando alle voci di corridoio, dovrebbero portare grosse novità, ad eccezione di alcune release molto attese, come il progetto in combutta di Gue Pequeno e Marracash. Nonostante ciò, il rap italiano continua ad entrare prepotentemente in classifica: se Gemitaiz si è confermato sui livelli dei precedenti lavori, attestandosi sulle 25mila copie vendute, Salmo ha letteralmente spopolato, vendendo più di 50mila copie e raggiungendo il disco di platino.

La soglia italiana per questo tipo di certificazioni è molto più bassa rispetto alla media europea (per un disco di platino in Francia servono 100mila album venduti; 200mila in Germania e 300mila nel Regno Unito), ma finora il disco di platino è stato assegnato ad artisti molto più orientati al mainstream come Moreno, Emis Killa e Fedez, ma anche a Club Dogo e Gue Pequeno, rispettivamente nel 2012 e nel 2013 con “Noi siamo il club” e “Bravo ragazzo”, che prima di “Hellvisback” è stato il disco meno «commerciabile» a raggiungere l’ottimo riscontro.

 

“Hellvisback” di Salmo ha il pregio di aver raggiunto importanti certificazioni numeriche non svendendosi alle dinamiche del mercato discografico: un disco solido ed omogeneo, che segna il culmine di un percorso evolutivo costante e coerente. Il rapper sardo, dopo tre anni di silenzio discografico – inframezzati dal mixtape di gruppo in Machete e dall’apertura del tour di Jovanotti – ha saputo lavorare su sé stesso, approfondendo la capacità strumentale (nel disco suona batteria e basso) che ha giovato al suono e all’arrangiamento dell’album, pronto ad essere declinato al meglio in versione live. “Nonostante tutto” di Gemitaiz non tocca i picchi assoluti di Salmo, ma è inaspettatamente maturo, sintomo di una crescita personale e artistica che, in anni di progetti veloci e sempre urlati, non era mai stata così palpabile. Tra alti e bassi, apprezzabile l’impostazione più riflessiva e pacata del giovane romano, anche in seguito all’arresto con l’accusa di spaccio – da cui è stato assolto – che ricorre nel disco e dà vita alla title track stessa, il brano che si lascia preferire e che pone una pietra tombale sulle accuse infamanti.

Tra i due artisti in questione non intercorrono particolari affinità artistiche, sebbene negli anni abbiano spesso collaborato; ciò che al momento li accomuna è il sorprendente risultato non solo in termini di vendite, ma soprattutto come risposta ai propri tour. Il “Nonostante tutto live tour 2016” di Gemitaiz ha girato tutta Italia, da Bari a Milano passando per Roma, Napoli e Torino: quasi tutte le date hanno fatto segnare sold out giorni prima dell’esibizione. Incetta di “tutto esaurito” anche per Salmo, che ha chiuso praticamente le quattordici date dell’“Hellvisback Spring Tour 2016” riempiendo club e palazzetti dalla capienza che oscilla tra le 2mila e le 3mila persone. Inoltre è stato uno degli ospiti di rilievo del concerto del Primo Maggio a Roma assieme a Coez, seguendo le performance di Ensi, Ghemon, Clementino, Rocco Hunt, J-Ax e Emis Killa su un palco oramai abituato al rap negli ultimi anni.

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Il seguito nei confronti del rap italiano è attivo e non si limita all’acquisto del disco; una critica ricorrente riferisce che i dati di vendita di tali progetti siano “drogati” dagli instore, i firmacopie di album sempre gremitissimi per i quali si contano addirittura ore di fila pur di scattarsi una foto col proprio idolo.

La corsa ai live è un fattore positivo in grado di dimostrare che il rap italiano non è dunque solo una tendenza da seguire o una passione per apparire, ma un genere che può scoprirsi in grado di fare successo anche con credibilità e maturità: l’attenzione si concentra sempre più sui concerti, con visual, gag e ospitate a sorpresa e l’impressione è che il definitivo salto di qualità del genere passi anche dalla dimensione live.

Se nel 2015 il rap underground si è ribellato, tra le righe, al rap posticcio da mainstream, il 2016 è cominciato portando in classifica prodotti di spessore, premiati anche per qualità e maturità. Insomma, la dimostrazione che il rap sa rinnovarsi e contaminarsi costantemente e può anche non svendersi per arrivare, come effettivamente sta accadendo, a più persone possibili. Non mancheranno progetti più semplici e di facile fruizione buoni per scalare le classifiche, ma da anni si attendono lavori come “Hellvisback”, sanissimo rap capace di arrivare a chiunque senza marchette e compromessi. È la svolta, oppure la classica eccezione che conferma la regola?





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