orto

La maggioranza di noi vive ignorando qualche millennio di storia in cui la guerra era di casa spesso; ormai sicuri, anche un po’ ipocritamente, di essere nati dalla parte giusta del mondo perché tanto oggi le guerre sono tutte in Paesi lontani. Non si fa più la guerra a casa propria, si va all’estero e la si chiama missione di pace. Per molti anni, quattro generazioni, l’italiano medio è vissuto tranquillo e disinteressato alle guerre lontane, istruito a considerarle irrilevanti da quei telegiornali che le mettono in coda alle notizie, dopo l’omicidio di provincia e poco prima della rubrica di cucina. Educati dal più potente mezzo mediatico italiano, la televisione, a considerare la rivolta in Turchia meno importante del tamponamento sull’autostrada, definito “strage”. Strage è una parola che blocca il telespettatore, ne risveglia l’attenzione, mi spiegava un giornalista. Ecatombe no, perché non tutti sanno cosa vuol dire. Strage non gli fa cambiare canale e quindi si usa anche per un tamponamento in autostrada con tutti salvi: strage sfiorata.

Leggo i giornali, ma sono anni che non guardo più un telegiornale. Troppa retorica del terrore, troppi servizi inutili, fuorvianti, troppo soffermarsi sul macabro con l’allusività morbosa di un regista voyeur: ti faccio vedere il morto ma lo offusco. Questa è la casa del colpevole e questo è il suo citofono, due minuti di inquadratura sul citofono mentre una voce spiega quanto possa essere pericoloso abitare in quel palazzo. In un palazzo. Anche tu spettatore abiti in un palazzo, non sei terrorizzato, adesso? Chi sono i tuoi vicini? Cosa potrebbero fare? Le cellule dormienti sono tra noi, insinua il servizio. Interviste ai vicini: non l’avremmo mai pensato. Visto, spettatore? Anche loro non lo sospettavano. Tu sospettalo, grazie a noi. Abbi paura dei tuoi vicini. E via, la paura serpeggia, l’allarmismo li porterà a vedere la nuova edizione del tg, poi la prossima e la prossima ancora. Non c’è mai pace per il telespettatore italiano, anche il meteo è un bollettino di guerra. Non c’è appagamento, perché la dialettica della paura aumenta, si gonfia, passa di voce in voce crescendo esponenzialmente e trovando terreno fertile nelle paure della massa. La proprietà privata. La casa. Le tradizioni. La “nostra cultura”, uso figurato per presepe, crocefisso, panettone, piadina…

Dove andremo a finire? È la domanda ricorrente. Io non ho tempo e pazienza per informazioni così stupidamente allestite. Se c’è un posto dove andrò a finire io, è l’orto. Lo consiglierei come terapia a tutti. In mezz’ora al giorno, meno del tempo impiegato a guardare i telegiornali, si impara molto sul mondo e si ha il tempo di sviluppare un’idea indipendente, invece di farsi irretire da quelle dei razzisti, dei politicanti sgangherati e dei rissosi che sono ormai la maggioranza. Si ha il tempo di pensare a come funzioni questa legge immutabile di causa-effetto che regola le scelte che si fanno e le conseguenze che si ottengono, che sia una questione di voti o di rapporti sociali.

Dovremmo ignorare questi spacciatori di paura, leggere i giornali, scegliendo quelli che non ci vendono terrore ma soluzioni, e seminare. Seminare. Sembrerà stupido e naif, ma seminare aiuta tanto, dovremmo farlo tutti: si capisce che tempo farà guardando il cielo, senza il meteo delle allerte. Si parla con gli altri: il mio vicino sapeva già a settembre che ci sarebbe stato bel tempo fino a dicembre e si è messo a costruire dei muretti di contenimento. Fa il contadino e mi racconta che sì, a volte capitano anni così, è normale. 
Si impara che se a gennaio si semina aglio, a giugno si raccoglierà aglio e non fragole. Se si vuole un campo di fragole, bisogna seminare fragole. Se si desidera la pace, bisogna seminarla, anche nella propria vita individuale. 
L’orto può insegnare che a volte arriva una grandinata e rovina tutto, ma se abbiamo un bel rapporto con il nostro vicino, facilmente ci aiuterà. Se invece siamo andati a calpestargli le aiuole, sarà più facile ricevere pari trattamento.

Un orto è un gesto di pace e un tempo di riflessione su quello che abbiamo letto, sentito, visto. Un tempo in cui coltiviamo noi stessi e il silenzio necessario per valutare le informazioni che ci arrivano, per capire cosa fare, dove andare, a chi dare la nostra fiducia. Con un orto, ma anche con qualche vaso su un balcone, con un seme che germoglia, si apprende la bellezza di sentirsi parte di qualcosa di più grande, senza provare il desiderio di dominare, sopraffare e combattere. 
Non è la panacea per tutti i problemi del mondo, ma cambiare sé stessi in meglio è già una buona parte della soluzione.





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