In un mondo in cui ce n’erano ancora poche, agli occhi di tutti l’automobile rappresentava un vettore di libertà e in qualche modo lo era: per la prima volta nella storia dell’uomo un marchingegno prometteva di poterti portare dove volevi, quando volevi, con chi volevi, fermandoti dove ti pareva. Andrea Coccia, giornalista e intellettuale, milanese, già tra i fondatori del progetto Slow News, ha scritto da poco un saggio breve che smentisce però questa tesi già dal titolo: “Contro l’automobile”.
Le automobili presenti in Italia, secondo i dati più recenti, sono circa 37 milioni. Dalle città alla provincia, la loro presenza è ben più che invadente: anche il più appassionato sostenitore delle quattro ruote è costretto ad ammetterlo. L’approccio di Coccia è radicale, ma le argomentazioni sono enumerate con precisione, senza ricorrere ad argomenti strillati; insomma non è un libro di un polemista, ma la costruzione di un ragionamento che tocca nodi essenziali e pone domande giuste, legittime.

Nel libro scrivi che l’automobile non rende affatto liberi. Perché?
L’automobile limita le libertà sia di chi guida sia di chi non guida. Limita le libertà di chi guida perché ormai quel sogno di libertà iniziale esiste solo nelle pubblicità patinate in cui auto bellissime sfrecciano solitarie in paesaggi pazzeschi. Mentre in realtà la maggior parte dei tragitti che facciamo in macchina ci portano a lavoro, lungo strade intasate da altre macchine, a velocità spesso inferiori di quelle di una bicicletta, prigionieri delle nostre auto. La maggior parte degli abitanti del mondo occidentale, quelli che non vivono nelle zone urbane, non sono nemmeno più liberi di farne a meno, perché avendo creato distanze che solo le auto possono colmare, fuori dalle città, se non hai l’automobile, sei semplicemente prigioniero di casa tua. Ma non basta, perché l’automobile ti rende schiavo anche quando non la usi, perché ovviamente devi pagarla.

Un altro intreccio indissolubile è quello tra automobile e capitalismo: forse si tratta dell’industria più pervasiva tra tutte. La storia dell’automobile, di fatto, è un po’ la storia stessa del capitalismo.
Già, credo che ne sia contemporaneamente il suo simbolo più perfetto, la sua arma più efficace e il suo cuore pulsante. È infatti il simbolo dell’affermazione del privilegio dell’uno sul diritto dei molti, della distruzione delle comunità, ma anche della vittoria del profitto e della crescita esponenziale contro la sostenibilità e la ricerca dell’equilibrio. E sì, l’industria automobilistica è la più pervasiva: rappresenta il reparto industriale più grande a livello globale.

In che modo la rete stradale ha indebolito le lotte dei lavoratori?
Prima di tutto lo ha fatto in modo indiretto, ovvero isolandoli. La rete del trasporto pubblico garantiva l’esistenza di uno spazio sociale e quindi di uno spazio politico, dove i lavoratori si incontravano e avevano più possibilità di sviluppare una coscienza politica e di classe. Ma io credo che lo abbia fatto, in qualche modo, anche in modo diretto: le ferrovie erano un ambiente fortemente politicizzato e molto radicale, schierato massicciamente su posizioni anarchiche e socialiste, ma soprattutto erano direttamente in mano ai lavoratori, che potevano occupare stazioni, scioperare e bloccare un intero paese. Da questo punto di vista le autostrade, prive o quasi di lavoratori, sono molto più difficili da bloccare.

Quali sono, secondo te, i limiti oggettivi delle automobili?
I loro limiti sono l’essere anti-logiche, anti-economiche e anti-sociali. Sono contrarie alla logica perché, pensando 1 tonnellata in media e spostando in media una persona e mezza (facciamo per comodità 100 kg di esseri umani) il 90 per cento dell’energia che richiedono la usano per spostare loro stesse. Sono anti-economiche perché per poter esistere e poter essere abbordabili per i poveri di tutto il mondo (che sono la classe che le usa) non possiamo limitarne la produzione, senza contare che, senza gli aiuti statali che in tutto il mondo piovono a pioggia sul mondo delle auto, l’industria automobilistica sarebbe fallita da decenni. E infine, sono anti sociali, perché drogano e mostrificano l’ego della gente che, dentro a quegli esoscheletri di acciaio, si radicalizza e si assolutizza.

Quali sono le alternative più credibili alle macchine?
La prima alternativa è ripensare interamente i nostri spostamenti ed eliminare quelli inutili, che poi significa per esempio rivendicare il diritto al telelavoro (non per stare in casa, ma per stare vicino a casa), ma soprattutto lottare per avere il possesso del proprio tempo. Per gli spostamenti inevitabili, oppure volontari e non obbligati (non per lavorare ma per viaggiare, per esempio) l’alternativa è tutto il resto: è sviluppare un sistema integrato di mezzi pubblici e privati di ogni tipo, dai treni ai tram, dalle biciclette ai monopattini, dai pattini agli skate, ma significa anche ripristinare funicolari, trasporti fluviali, convertire autostrade in ferrovie, e magari usare con creatività mezzi di spostamento collettivo che ora non pensiamo in quest’ottica: servirà creatività.

Pensi che in futuro potranno essere “sconfitte”?
Non credo che ci sarà bisogno di sconfiggerle. Credo invece che il loro più grande nemico siano loro stesse, come in fondo vale anche per il capitalismo. Per alcuni siamo già arrivati al cosiddetto picco: le auto sono troppe, la domanda, se privata degli aiuti statali sta crollando, le più grandi industrie si stanno fondendo per sopravvivere. Se dobbiamo smettere di guidare ora non è perché dobbiamo sconfiggerle, ma perché dobbiamo organizzarci per ricostruire la nostra società senza di loro, disintossicandoci, ma trovando anche il modo di non far tornare al medioevo tutti coloro che in questo momento, senza automobile, non potrebbero sopravvivere.

Non pensi che il superamento delle automobili dovrebbe essere un progetto politico? Esistono partiti o movimenti che lavorano in questo senso?
È chiaramente un obiettivo politico, quindi certo che dovrebbe far parte di un progetto politico. Il problema è che l’inception ha funzionato talmente bene che tirarsi fuori da questa dipendenza è difficilissimo, soprattutto in una fase del mondo come quella che stiamo vivendo, il cui centro ormai è l’ego e l’individuo. Come scrivo nel libro, smettere di guidare è una cosa che dobbiamo fare tutti insieme, trasformando quello che solitamente è un discorso individuale – io, io, io, io – in un discorso collettivo. Non è affatto detto che ce la possiamo fare, anzi, se devo dirtela tutta io sono molto pessimista sul futuro.





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