A prescindere da quanto siamo intimamente consapevoli di questa realtà, noi “uomini moderni” mangiamo molto peggio di quanto non facessero le generazioni che ci hanno preceduto.

Possiamo scegliere fra una varietà infinita di cibi, molti dei quali già pronti da scaldare e mettere in tavola, preparando un pranzo o una cena in tempi brevissimi. Possiamo acquistare nelle vetrine sfavillanti degli ipermercati la frutta esotica che più ci aggrada, a prescindere da quale sia la stagione. Possiamo trovare alimenti di ogni genere quali che siano le nostre capacità economiche, sempre che ancora si possieda una capacità economica. Possiamo riempire interi carrelli di vivande senza muoverci dallo stesso centro commerciale in cui portiamo i panni in lavanderia, facciamo shopping e ci sediamo a bere un caffè.

Ma il cibo che ingeriamo quotidianamente è in larga parte industrializzato: prima di giungere sulla nostra tavola viaggia per centinaia o migliaia di km (con relativo consumo di risorse), sarebbe insipido se non venisse addizionato con aromi artificiali di ogni genere e perfino brutto a vedersi se la chimica dei coloranti non si premurasse di renderlo presentabile.

In buona sostanza mangiamo alimenti scarsamente nutrienti e nocivi per la salute, in quanto ricchi di “calorie vuote”, pesantemente addizionati chimicamente, spesso gustosi e belli in maniera innaturale, perché lo scopo ultimo di chi crea il cibo industriale è quello d’ingannare i nostri sensi facendocelo desiderare.

La conseguenza di questo stato di cose si traduce in una movimentazione schizofrenica delle merci alimentari, con immenso consumo di carburanti fossili e relativo inquinamento e nel progressivo deterioramento della nostra salute, messa a repentaglio da un’alimentazione scarsamente equilibrata, ricca di sostanze nocive e povera di elementi nutrienti utili al nostro organismo. Basti pensare all’incremento esponenziale che hanno avuto negli ultimi decenni le cosiddette “malattie del progresso”, dalle sempre più diffuse allergie ed intolleranze alimentari, fino alle più gravi forme tumorali a carico dell’apparato gastro intestinale.

Viene spontaneo domandarsi se anche in questi nostri tempi, figli della globalizzazione e dell’ipercinetismo, dove gli allevamenti intensivi e l’industria chimica regnano sulle nostre tavole, non sia comunque possibile mangiare meglio ed in maniera più consapevole, facendo del bene a noi stessi e al pianeta.

Senza dubbio possibile lo è, a patto di fare qualche sacrificio ed essere disposti a cambiare alcuni aspetti del nostro modo di vivere. Se la nostra intenzione è quella di mangiare più sano sarà necessario abbandonare progressivamente il cibo industrializzato presente nella grande distribuzione, privilegiando quando possibile l’autoproduzione o gli acquisti a km zero presso i contadini ed i piccoli allevatori presenti in zona.

Questo implica un cambiamento piuttosto radicale delle nostre abitudini, la volontà di destinare più tempo e maggiori energie per “fare la spesa”, la rinuncia ad alimenti che troviamo gustosi ma sono dannosi per il nostro organismo e la disponibilità a dedicare un paio d’ore della nostra giornata alla preparazione dei pasti, magari fino ad oggi realizzati attraverso qualche minuto di forno microonde.

Probabilmente in un primo momento ci sembrerà di compiere un grande sforzo, ma entro pochi mesi ci ringrazieranno non solamente il nostro organismo, messo al riparo dalla tempesta chimica a cui lo sottoponevamo, ma anche il nostro palato che imparerà ad apprezzare i sapori genuini dopo essere stato ingannato per così tanto tempo.





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