Di origini ragusane Paolo Borrometi è un giornalista da anni nel mirino della mafia per le sue inchieste su Cosa Nostra. Costretto ad abbandonare la sua terra e i suoi affetti, da circa 5 anni vive sotto scorta. Direttore de La Spia.it e vicedirettore dell’Agi, a soli 36 anni Paolo con la sua forte dedizione per il giornalismo e con il suo invidiabile coraggio ha perso parte della sua libertà fisica per una battaglia ancora più importante, preservare la libertà di pensiero e di parola.
Un morto ogni tanto” è il suo recente libro che scatta una fotografia chiara della mafia nell’apparente tranquilla Sicilia orientale.
Oggi, nonostante la paura quotidiana, affronta con fermezza ed estremo coraggio la vita, sempre più motivato a contrastare un sistema ingiusto e criminale.

Hai svolto diverse inchieste giornalistiche, una delle più importanti forse è quella che ha portato allo scioglimento del comune di Scicli. Circa cinque anni fa circa sei stato aggredito e da quel momento vivi sotto scorta. Com’è cambiata la tua vita?
Non so se quella sia la mia inchiesta più importante, ne ho fatte tante. Le inchieste giornalistiche sono un po’ come i figli: non sai mai quale sia quella a te più legata perché vuoi bene a tutte. Una che mi è molto cara è quella che ha portato alla luce la storia del consorzio di tutela IGP del pomodoro di Pachino. Tra i soci, una delle ditte più importanti era quella del capo mafia Salvatore Giuliano, che avrebbe voluto farmi fuori. Nel nostro paese qualcuno pensa che la vita sotto scorta sia un privilegio, ormai ho pure perso la speranza di far comprendere cosa voglia dire essere privati della libertà. Banalmente, dal 24 agosto del 2014 non sono più andato al mare o al cinema, non ho fatto milioni di cose che avrei voluto fare. La mia quotidianità è stata stravolta, ma non voglio fare pena a nessuno. Continuo a scrivere, a raccontare, a fare inchieste. Continuo semplicemente a fare il mio dovere, un grande dovere, che è quello di raccontare una terra straordinariamente ricca, straordinariamente bella ma anche straordinariamente complessa. Dopo l’omicidio nel 1972 di Giovanni Spampinato, giornalista vittima della mafia, nessuno o quasi ha osato parlare di quello che accadeva nel ragusano. Io ho tentato di dare voce a un racconto che era quello di Giovanni e di altri colleghi, ma soprattutto di tante persone che non si arrendono alla pervasività delle mafie del nostro territorio. L’ho fatto pagando un prezzo altissimo: ho 21 processi in corso contro una trentina di boss mafiosi chi mi hanno minacciato di morte.

Passi un bel po’ di tempo in tribunale?
Vado a testimoniare tante volte ed è sempre peggio. Dalla mattina del 10 aprile 2018, quando gli inquirenti mi hanno detto di aver scoperto un attentato finalizzato a me e alla mia scorta da realizzare probabilmente con un’autobomba, convivo con la paura. Ciononostante continuo a lavorare. Amo molto andare nelle scuole e spesso i ragazzi mi dicono che ho perso la libertà. Rispondo sempre che sicuramente ho perso una parte della mia libertà fisica ma ho preservato la libertà più importante che è quella di pensiero e di parola.

Recentemente l’Assemblea regionale siciliana ha presentato una lettera in cui si chiede di indagare sull’assegnazione della tua scorta, sei preoccupato per la tua incolumità?
Non sono preoccupato perché quando tornerò libero sarà un momento di libertà e di vittoria. Il problema vero è che credo molto in questo Stato, e la scorta viene data solo dopo una serie di passaggi dalle forze dell’ordine alla magistratura, dalla prefettura fino ai comitati che ogni 6 mesi aggiornano e verificano la sussistenza del rischio. Non sono due deputati che possono cambiare le cose: quella lettera era sottoscritta da 8 parlamentari, 6 dei quali hanno ritirato la firma perché hanno detto di essere stati presi in giro. Il primo firmatario è un tale che si chiama Giuseppe Gennuso deputato pluripregiudicato, già più volte condannato, del quale ho scritto più volte nell’ultimo anno e mezzo. È stato arrestato per ben due volte, una volta per voto di scambio politico-mafioso poi riqualificato in corruzione elettorale e un’altra volta per corruzione in atti giudiziari e poi condannato per traffico di influenze. Insomma ha una carriera di tutto rispetto! La vera domanda non è perché lui mi scriva una lettera del genere, questo si spiega da sé. La vera domanda è: come fa a sedere in Parlamento?

La zona del ragusano è soprannominata “la provincia babba”, definita così dallo scrittore Leonardo Sciascia. In molti, per anni, hanno sostenuto che la mafia lì non ci fosse. Quando hai iniziato a indagare hai trovato resistenze da parte della gente?
La provincia di Ragusa ha la percentuale di sportelli bancari maggiore di tutto il Pease. Secondi i dati della Banca d’Italia, addirittura superiore a quella di Milano e di Roma. Questo fa capire il livello di benessere che regna in questa provincia. Ci siamo sempre considerati autoimmuni dalla criminalità organizzata, e non c’è niente di peggio che negare la presenza mafiosa perché quello è il momento in cui le mafie fanno affari, si inseriscono nel tessuto economico, sociale, imprenditoriale e politico e iniziano a influenzare negativamente e drammaticamente la vita di ognuno di noi. Ancora oggi, quando si parla di mafia in provincia di Ragusa, ti guardano come se fossi un pazzo o un visionario eppure diversi comuni sono stati sciolti per mafia e diverse operazioni della polizia sono state fatte. Quando iniziai a parlarne nulla di tutto ciò era ancora accaduto ed era certamente più complesso. Non serve nascondere la testa sotto la sabbia come fanno gli struzzi perché prima o poi quella testa la dovrai tirare fuori e la sabbia sarà troppa.

Questo numero è dedicato all’importanza del dubbio, del mettersi e mettere in discussione. Tu da giornalista sai bene di cosa sto parlando, vero?
Assolutamente sì. Il dubbio è la cosa più importante soprattutto quando lavori a inchieste che non nascono da comunicati stampa della polizia ma da tutt’altra gente. Ho un sacco di dubbi nella mia vita e sono molto socratico. Le domande sono manifestazione di intelligenza e di grande attenzione soprattutto quando maneggi la vita delle persone. Il dubbio è qualcosa di assolutamente positivo, basta non diventarne ostaggio. Se si inizia a dubitare anche delle cose ovvie, non va bene. Anche perché spesso dietro a quel dubbio c’è la malafede.

Cosa ne pensi della cannabis, conosci la storia e la sua demonizzazione?
La recente sentenza della Corte di Cassazione sulla coltivazione a scopo personale obbliga il legislatore a rivedere quella che è la normativa sulla cannabis e sulle droghe cosiddette leggere. Lo obbliga, non c’è più nessuna scusa. Il vero problema è che dobbiamo decidere cosa è legale e illegale al di là dell’opinione di ognuno di noi, in questo paese ci dobbiamo mettere d’accordo perché a volte vedo molta ipocrisia. Non voglio fare il partigiano che parteggia per l’una o per l’altra causa perché non sarei obiettivo, e penso che un giornalista debba sempre mantenersi nell’obiettività e mai schierarsi perché appunto perderebbe di credibilità.

Sei favorevole ad un’eventuale legalizzazione?
Come dicevo ho un opinione che tengo per me, mi riservo l’obiettività della mia professione giornalistica di non partecipare ad un dibattito che ribadisco spesso fazioso e ipocrita.

Sappiamo che stimi molto Grattieri, in particolare per le operazioni antimafia, ma cosa ne pensi delle sue posizioni discutibili sulla canapa?
Giudico i magistrati per il loro impegno professionale e non per le loro parole, anche per questo parlo spesso di ipocrisia. Non possiamo giudicare un falegname per una poesia ma per un mobile che realizza, questo per comprendere che giudico Gratteri per quelle che sono le sue operazioni di polizia straordinarie. Lui è uno straordinario conoscitore di ‘ndrangheta, e il business per antonomasia dell’‘ndrangheta è la droga quindi ho grande rispetto per quello che è l’impegno sul campo di Nicola Gratteri e mi troverà sempre al suo fianco per quello che è il suo impegno professionale.

Legalizzare quindi potrebbe colpire la criminalità organizzata?
Credo che la criminalità organizzata faccia affari immensi con la droga, soprattutto per la ‘ndrangheta la cocaina è la principale voce di introiti, quindi è chiaro che le mafie e soprattutto la ‘ndrangheta fanno affari immensi con la cocaina. Ad esempio come dice giustamente Gratteri, sotto il profilo della repressione anche l’Italia dovrebbe iniziare a contrastare la cocaina nel luogo dove questa viene prodotta ma ribadisco è più un discorso sulla cocaina.

Viviamo in un periodo storico in cui l’informazione è manipolata al servizio di news sensazionalistiche, alcune volte non veritiere o poco corrette, noi combattiamo quotidianamente questa battaglia nei confronti della canapa, sempre bistrattata. Anche tu ti sei imbattuto in fake news?
L’ultimo libro che ho scritto si chiama “Il sogno di Antonio”, ed è la storia di Antonio Megalizzi un ricercatore di bufale. Noi giornalisti abbiamo il dovere di informarci, documentarci e rispettare l’articolo 21 della costituzione. Non è soltanto diritto e dovere del giornalista informare ma è soprattutto diritto del cittadino di essere informato. Una delle notizie più lette e condivise sui social durante l’ultima campagna elettorale per le presidenziali degli Stati Uniti, mi riferisco a quasi 4 anni fa, fu un presunto endorsement di Papa Francesco a Donald Trump. Molti ragazzi dissero di aver votato per Donald Trump dopo aver letto e condiviso questa notizia, che fu una grande bufala. Questa è la testimonianza di come le fake news oggi influenzino la società inevitabilmente, soprattutto con la loro diffusione sui social. Noi giornalisti quindi abbiamo il dovere di smascherarle e di offrire alle persone un’informazione quanto più veritiera possibile, i politici inoltre che spesso sono quelli che diffondono le fake news in quanto “influencer” sui social hanno il dovere di verificare una notizia prima di diffonderla e di farla diventare una verità.





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