Inizia con questo mio articolo una collaborazione con Dolce Vita. È un onore ed un piacere per me partecipare al dibattito sulla Cannabis per uso medico.

Dirigo da 12 anni il Centro di Terapia del Dolore e Cure Palliative dell’Ospedale Santa Corona di Pietra Ligure e il Dipartimento di Riabilitazione della ASL2 Liguria. In questa mia attività clinica mi confronto ogni giorno con malati che soffrono di ogni tipo di dolore, e la continua ricerca di nuove strategie terapeutiche mi ha condotto alla Cannabis per uso medico.

Iniziai a prescrivere il Nabilone (THC sintetico) 6 anni fa, e quello fu il mio primo approccio al mondo ai cannabinoidi. Lo usavo in pazienti con dolore neuropatico resistente alle terapie tradizionali, con risultati scadenti sul controllo del dolore e con effetti psicotropi spesso mal tollerati dai pazienti.

L’arrivo dei prodotti della Bedrocan ha cambiato il modo di curare i miei pazienti. La Cannabis è una pianta straordinaria e l’effetto entourage fu la prima cosa che notai. Iniziai con le tisane, per poi passare rapidamente agli oli, imparando a tarare i dosaggi sui malati, in modo sartoriale, cercando per ognuno di loro la giusta dose che garantisse l’effetto antalgico senza effetti collaterali.

La ricerca sta facendo salti da gigante e ogni giorno abbiamo importanti novità dal mondo scientifico: in Italia abbiamo ottimi ricercatori che, nonostante la carenza di fondi e una normativa che ostacola la ricerca scientifica con le inflorescenze di Cannabis, si collocano tra i maggiori scienziati del mondo in questo campo.

Le vie della conduzione e della elaborazione dell’esperienza dolorosa, partono dalla periferia del nostro corpo (cute, muscoli, ossa, intestino…), arrivano al midollo spinale, e da qui continuano fino al cervello. Giunti nel cervello gli stimoli, partiti dalla periferia, danno origine a segnali che ritornano verso il basso fino al midollo spinale, dove vanno a modulare gli stimoli che arrivano dalla periferia. È un circuito elettro-chimico sofisticatissimo, di cui conosciamo solo pochi aspetti, ma la cosa straordinaria è che in ognuno di queste tappe percorse dallo stimolo doloroso, ci sono recettori per i cannabinoidi, che hanno la funzione di modulare, ridurre, bloccare il dolore.

Siamo solo all’inizio di un percorso affascinante, che ci aprirà a scenari che la scienza ancora non riesce ad immaginare. A noi medici spetta il compito di affrontare questa nuova sfida terapeutica. Siamo ancora pochi, ma il numero di medici che dimostrano interesse sta crescendo di giorno in giorno. Recentemente in un convegno a Bologna sull’uso dei cannabinoidi nel trattamento del dolore cronico ho detto ai colleghi che mi ascoltavano, che il medico di fronte alla Cannabis deve avere tre caratteristiche: umiltà, curiosità, obiettività.

Umiltà perché si fanno i conti con la propria ignoranza.
Curiosità perché è questo lo stimolo principale della conoscenza.
Obiettività perché il pregiudizio non permette di vedere i dettagli.

 





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