2014-02-26 12.36.23 pmC’è un buco nero nella politica italiana: antiproibizionismo. Normalmente non se ne parla, non se ne discute, non se ne pronuncia neppure il nome. Qualche volta, di tanto in tanto – quando al governo serve un po’ di propaganda a buon mercato o quando le comunità chiedono qualche soldo in più per eternare la loro dubbia esistenza – scatta però improvvisa l’”emergenza droga”. Giornali e politici s’affannano allora a denunciarne i pericoli, e quasi sempre concludono con un invito alla repressione. Parlare genericamente di “droga”, al singolare, è già di per sé sbagliato: perché è insieme un sintomo di ignoranza (le droghe sono tante, legali e illegali, sostanzialmente innocue oppure nocive e persino mortali) e un alibi in malafede (così infatti si evita di riflettere sul merito della questione e di affrontarne la complessità). In questo contesto di sostanziale rimozione del problema, e di generica criminalizzazione, la posizione antiproibizionista, nonostante l’impegno di molti, rimane sostanzialmente silenziosa, marginale, e assente dal dibattito politico.

E’ ora che non sia più così. Nei prossimi giorni i militanti e i simpatizzanti del centrosinistra, con le primarie, sanciranno la candidatura di Romano Prodi alla presidenza del Consiglio in vista delle elezioni politiche della prossima primavera. Poi sarà proprio Prodi, insieme ai leader della coalizione, a metter mano al programma elettorale. Niente e nessuno impedisce che in quel programma si parli, oltreché di economia o di Pacs, anche di liberalizzazione della canapa indiana e dei suoi numerosi, gradevoli, malfamati quanto innocui derivati.

Gli studi internazionali sulla canapa riempiono oramai gli scaffali di una biblioteca, e tutti concordano nel considerarne bassissima, se non nulla, la nocività, inesistente il pericolo di tossicodipendenza, e per molti aspetti addirittura benefico l’influsso complessivo sul nostro organismo. Altri studi, più specifici, hanno messo in luce il potere curativo del Thc, dall’asma alla sclerosi multipla. Sul piano sanitario, dunque, è lecito sostenere che non sussistono più dubbi né equivoci: è ormai scientificamente certo che la canna non fa male.
Ma la posizione antiproibizionista ha anche una sua ragione politica, e persino poliziesca: legalizzare o liberalizzare il fumo significa spezzare per sempre il mercato nero delle droghe pesanti, assestandogli un colpo forse fatale. Già ora, sebbene non esistano statistiche ufficiali, si può verificare empiricamente un fenomeno nuovo e positivo: la maggior disponibilità di erba di buona qualità e a buon prezzo, grazie alla crescente diffusione della coltivazione personale, riduce già oggi il mercato dell’eroina e della cocaina e intacca quello dell’ecstasy. E a proposito di coltivazione: una posizione finalmente realista da parte dell’Unione sulla questione delle ‘droghe leggere’ aiuterebbe l’emersione di un fenomeno sempre più diffuso ma costretto, dalle incongruenze delle leggi attuali e dall’ipocrisia di fondo che circonda il problema, ad una sopravvivenza para-legale: sono i growshops (e i loro cugini smartshops e headshops), la cui funzione pionieristica sarà riconosciuta come cruciale nella storia futura dell’antiproibizionismo.

I growshops sono già più di cento in Italia, e poiché s’immagina che non campino vendendo soltanto cartine, ciò significa che alcune migliaia, forse qualche decina di migliaia di italiani hanno cominciato a coltivare la marijuana in casa propria. Costoro, come sa chiunque sia mai entrato in un growshop, sono persone assolutamente ‘normali’, e i clienti in giacca e cravatta superano di gran lunga quelli con i dreadlocks, quantomeno perché il budget necessario per una buona growroom non è affatto esiguo.

La nascita di un rigoglioso mercato parallelo, in cui anziché comprare l’erba si acquistano gli strumenti per coltivarla, segna una vera e propria rivoluzione nel consumo degli stupefacenti nel nostro paese, e di conseguenza anche nel suo costume civile. La marijuana, se così si può dire, è stata finalmente restituita alla sua dimensione più propria: non quella di una ‘droga’ da consumare nella clandestinità, ma, al contrario, quella ricreativa, sociale e creativa che le è propria. Fumare è considerata sempre più un’attività ‘normale’, praticata dalle persone ‘normali’, e dunque intrinsecamente non pericolosa, e lontana le mille miglia dall’immagine conturbante del ‘drogato’.

Perché l’Unione non può prendere atto di questa situazione, tutt’altro che marginale, e farne la base di partenza per una politica di depenalizzazione della coltivazione ad uso personale e di liberalizzazione del consumo individuale? Nel ’97 Massimo D’Alema si espresse pubblicamente a favore della liberalizzazione delle cosiddette ‘droghe leggere’, nel corso di un dibattito, ma fu ben presto costretto dalle pressioni degli alleati a lasciar cadere il discorso. Oggi è possibile riprenderlo. Con serietà, con calma, con ragionevolezza e con misura.

Anche il movimento antiproibizionista, nelle sue numerose e qualche volta sgangherate componenti, dovrà fare la sua parte, per esempio convincendosi che l’orgoglio del proprio essere ‘alternativi’ può trasformarsi facilmente in una gabbia e in un alibi per coprire l’inefficacia e l’afasia politica. In altre parole, gli antiproibizionisti militanti dovrebbero smettere di parlare tra loro dei propri problemi, e cominciare a parlare agli italiani. I consumatori di canapa non sono una minuscola minoranza appestata né una setta satanica né una comunità tardo-hippy, ma un gruppo eterogeneo di cittadini perfettamente integrato nella società, tanto quanto, per dire, lo sono gli omosessuali o i cattolici. Per questo l’antiproibizionismo non può essere ideologico, ma al contrario è pragmatico e trasversale; e per questo l’Unione può sposarne con serenità le posizioni e impegnarsi perché il prossimo Parlamento, dove auspicabilmente sarà maggioranza, discuta e approvi una legge che liberalizzi la coltivazione e il consumo della canapa.

 





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