Liam e Patrick davanti al Tribunale

Vi abbiamo già raccontato mesi fa l’amara vicenda di due fratelli della provincia di Udine, i quali, avevano allestito una coltivazione di canapa industriale dopo l’approvazione della legge 242 che regolamenta la produzione di canapa e dei suoi derivati.

Conosciamo bene i fratelli Clauti, che si sono avvicinati al mondo del Cannabusiness proprio grazie alla nostra rivista, li abbiamo sempre incoraggiati e sostenuti durante questi otto mesi di calvario giudiziario.

Si conclude finalmente con un “assoluzione perché il fatto non costituisce reato” la vicenda che ha coinvolto i due ragazzi di 21 e 20 anni, che lo scorso mese di Settembre hanno visto piombare la Polizia nel campo antistante alla loro abitazione, sequestrando circa 200 piante e contestato ai due il reato di produzione di sostanza stupefacente ai fini di spaccio, con tanto di appostamenti, correlati da foto, in un campo di mais adiacente.

Additati dalla stampa locale come i nuovi narcos del Friuli, i due ventenni hanno subito la gogna mediatica di rito subito dopo esser stati incriminati, seppure abbiano puntualizzato fin dal primo momento che si trattasse di cannabis sativa l., ovvero canapa legale certificata, gli inquirenti hanno comunque proceduto al sequestro.

Liam e Patrick al lavoro sul campo di canapa prima del sequestro

In fase processuale, dopo le analisi sulla cannabis sequestrata, per fortuna e come era logico il castello di carta delle accuse si è sgretolato. Liam e Patrick, difesi dall’avvocato Federico Plaino, si sono presentati in tribunale con tanto di pianta ornamentale di canapa ed un “joint” fatto con foglie di vite, del peso di 37 gr. circa, che stava a rappresentare una di quelle 1500 dosi medie di sostanza stupefacente contestatagli. La richiesta del PM Panzeri è stata di 4 mesi di reclusione, ma il gup Lazzàro ha deciso per l’assoluzione “perché il fatto non costituisce reato”.

«Siamo contentissimi che le cose siano finite così, eravamo sicuri di essere nel giusto», racconta Liam «Abbiamo subito un danno economico, ma soprattutto psicologico. Sentire il tuo nome associato a “reclusione” non fa piacere e per ora staremo lontani da questo settore. A breve apriremo un’altra attività, con un marchio di abbigliamento streetwear».

Questo a conferma di quanto la normativa vigente non sia ancora chiara e lasci troppo spazio alle interpretazioni fantasiose da parte di inquirenti e pubblici ministeri. Noi di DolceVita seguiamo e viviamo in prima persona le vicende che regolano il mercato del cannabusiness, con un occhio critico al settore, osservando e riportando le vicissitudini che coinvolgono in primis i giovani che si affacciano a questo settore. L’informazione è la nostra arma e siamo felici di poter raccontare finalmente una storia brutta ma almeno a lieto fine.

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