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Sotto bombardamento mediatico per ritrovare il senso delle parole ed evitare di affogare in un marasma di informazioni, a volte può bastare un buon dizionario. “Crisi (dal greco κρίσις, decisione) è un cambiamento traumatico o stressante per un individuo, oppure una situazione sociale instabile e pericolosa”. Mi sono a messo a pensare a questi mesi in cui lo spread sta sostituendo la pasta e la pizza in fatto di notorietà (la mafia, purtroppo, ancora no), gli economisti e i valori numerici stanno sostituendo gli umanisti e i valori umani e ogni edizione di telegiornale, così come quasi tutti i quotidiani, continuano a spiegarci che siamo un Paese in crisi, senza speranza, sostenendo allo stesso tempo che si “intravede la ripresa”. In questo casino creato ad arte dobbiamo restituire il significato corretto alle parole partendo dalle varie guerre assassine chiamate missioni umanitarie, arrivando ai vari decreti salva-Italia, che hanno solo il risultato di affossarla.

L’espressione migliore forse è quella di “governo del fare” in riferimento all’attuale grande coalizione, talmente grande e pacifica da risultare probabilmente uno dei più grandi casi di immobilismo politico nella storia del Paese. Governo del fare. Ma del fare che? E’ stato il governo dell’alzare l’Iva, del rifiutare 98 miliardi di euro di credito (20 volte il gettito dell’Imu) dai concessionari del gioco d’azzardo per accettarne 600 milioni, del prendere i soldi dall’Europa per le politiche migratorie e lasciare morire dei poveretti in mare, chiamando ai funerali i rappresentanti del governo eritreo dal quale cercavano di scappare, prima di morire affogati. Ma se ci si può permettere di rifiutare cifre come quella sopra riportata, come si può sostenere un momento dopo che forse non ci sono i soldi per pagare i crediti alle imprese? O che bisogna tagliare settori che sarebbero fondamentali per la ripresa come la Cultura, la Scuola e la Sanità? Con una sola espressione, che c’è la crisi? La verità è che noi comuni cittadini della crisi stiamo subendo da anni la fase stressante, ma senza che il cambiamento arrivi mai. E’ come prendere supposte a ripetizione, rimanendo perennemente malati, con il medico che ti sorride e ti blandisce promettendoti che dalla prossima, tutto andrà meglio. Un baco che rimane baco. Non diventa farfalla. Non spicca il volo.

La crisi in realtà è nei modelli che ci vengono proposti. La crisi sta in partiti decotti che fanno alleanze per gestire il poco che è rimasto di questo Paese, che se fosse un pugile sarebbe stato il più grande incassatore della storia, sempre in attesa di un destro che gli dia lo slancio vincente, o del colpo del definitivo ko. Il cambiamento deve partire da ciascuno di noi. Sergio Di Cori Modigliani, giornalista, artista e scrittore, nonché profondo conoscitore delle dinamiche del potere nel nostro Paese, descritte puntualmente sul suo blog Libero Pensiero: la casa degli italiani esuli in patria, lo spiega così: “Oggi, a mio avviso, l’Italia va incontro a una possibilità storica eccezionale, proprio grazie alla cosiddetta crisi. Perché le famiglie, i gruppi, le lobby che compongono il potere occulto non sono più funzionali agli interessi internazionali di poteri ben più forti di quelli italiani. Chi gestisce il potere occulto in Italia lo sa benissimo, e pur di mantenersi a galla è disposto a svendere la nazione tutta, facendo precipitare il Paese in un arretramento e in una regressione definitiva”. Sempre secondo lo scrittore: “Il primo passo consiste nella ricostruzione semantica interiore del significato di “tengo famiglia” usato ancora oggi come squallida giustificazione per poter essere corrotti, praticare l’illegalità e sostenere i criminali. Il nuovo “tengo famiglia” deve partire dall’idea che proprio perché ai nostri figli ci teniamo, abbiamo il dovere di mandare a casa l’intera classe politica dirigente e imprenditoriale, e lo dobbiamo fare quanto prima possibile, altrimenti, essendo dei parassiti, finiranno per succhiare sangue, linfa, sogni e ambizioni ai nostri figli. Beninteso, con strumenti democratici. Fate qualcosa. Facciamo qualcosa. Dobbiamo aprire la crisi. Dobbiamo andare tutti in crisi. La crisi vera. Il vero problema del paese è esattamente l’opposto di quanto vogliono farci credere. Facciamo scoppiare la crisi di un sistema marcio e decrepito, macabro e necrofilo, per avviare la rifondazione di un paese normale”.

Nel resto del mondo il cambiamento è già partito, in sordina perché sottaciuto o schernito dalla maggior parte dei media. Un anno fa, il presidente della Bolivia Evo Morales, a nome di 16 nazioni sudamericane che l’hanno eletto come ambasciatore, ha spiegato a New York ai diplomatici Onu di tutto il mondo, che «secondo il calendario Maya il 21 dicembre segna la fine del non-tempo e l’inizio del tempo. È la fine del Macha e l’inizio del Pacha. E’ la fine di egoismo e l’inizio della fratellanza. E’ la fine dell’individualismo e l’inizio del collettivismo».
Inoltre ha ricordato come nell’ottobre del 2012 la Bolivia avesse promulgato la “Legge quadro della Madre Terra e dello sviluppo integrale sostenibile” definita dal Los Angeles Time come «una delle leggi ambientali più avanzate e radicali del mondo, poiché introduce una visione del mondo e della natura piuttosto diversa da quella a cui siamo abituati e indica come deve essere perseguito lo sviluppo integrale al fine di vivere in armonia con la natura».

Il tutto è stato ribadito nel mezzo del lago Titicaca il 21 dicembre 2012, solstizio d’estate oltre che giorno indicato dai calendari Maya come fine di un’epoca segnata da profonde incertezze per aprirne un’altra, erroneamente interpretato come la fine del mondo. Il presidente boliviano ha organizzato un meeting di due giorni sulle Ande invitando rappresentanti delle culture indigene latino-americane ma anche diversi intellettuali, astronomi, ricercatori. Tra i temi dei dibattiti l’autosufficienza alimentare dei popoli originari, l’economia sostenibile, i nuovi modelli di comunicazione alternativa, il rispetto delle legge tradizionale dei villaggi rurali e la crisi finanziaria internazionale. La fiamma della Pacha Ajayu, il sacro fuoco che illuminerà il nuovo periodo storico, è stata trasportata a bordo della thuruna, una barca tradizionale indigena, attraverso le isole dell’imponente lago. Speriamo che il calore della fiamma arrivi fino a qui, anche se per il momento potrebbe bastare che si smettesse di parlare di crisi, per cominciare a pretendere il cambiamento.





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