Non c’è cosa più sbagliata che rivolgersi al pubblico che la conosce già”, dice Alberto di Opera Campi, il marchio di abbigliamento di Parma che ha l’ambizione di creare prodotti di alta qualità con una composizione naturale. “Il problema è convincere chi associa la canapa a un marchio di droga, chi non ha idea di cosa sia la canapa, chi vede la canapa come un compromesso poco fashion e ‘troppo’ sostenibile”. Per ricostruire la filiera infatti serve un triplice sforzo: economico, tecnico e di marketing. Giusto, ma andiamo con ordine.

Quali sono i vantaggi della canapa per l’ambiente?
I vantaggi sono numerosi e molti probabilmente ancora da scoprire. Intanto è un dato di fatto che la canapa richiede, mediamente, l’80% in meno di acqua rispetto a una coltivazione di cotone, con pari produzione di filato. Come il lino non richiede alcun utilizzo di pesticidi che sono tra i maggiori responsabili dell’inquinamento. Inoltre la canapa assorbe circa 4 volte l’anidride carbonica di un albero di media altezza durante un ciclo di crescita di 12 settimane. Infine produce molto filo, e quindi è potenzialmente ed economicamente più efficiente del lino o del cotone.

E per chi la indossa?
È antibatterica. Gli odori che si “attaccano” al cotone sono causati dalla proliferazioni di batteri e muffe. La canapa è ancor più antibatterica del lino ed è praticamente “odor-free”. Non si lava mai un capo di canapa perché ha un cattivo odore, semplicemente perché non può accadere. Il cotone (salvo alcune varietà costosissime come il supima o il sea island) si sgualcisce. La canapa, al contrario, rimane sempre com’è e diventa più morbida col tempo. È la fibra naturale più resistente al mondo. A differenza del lino, che forse rappresenta un compagno molto simile, produce meno pieghe, e quindi rappresenta una soluzione estetica più piacevole.

Una fibra che non fa gioco al consumismo, quindi.
Assolutamente, ancor di più se si tiene conto che ha un’altissima capacità traspirante e una grande regolazione termica: potenzialmente può coprire una fascia tra i 10 e i 30 gradi, a seconda della pesantezza del tessuto, una fascia che in futuro coprirà gran parte delle stagioni. Questo significa capi molto più versatili e decisamente un bel colpo al consumismo.

Perché comprare capi di abbigliamento in canapa è così caro?
La canapa può costare poco. Ma come tutte le cose, dietro un prezzo basso si possono nascondere tanti difetti e compromessi. Una canapa tessuta in modo economico può sgualcirsi e rompersi peggio del cotone. Una canapa tinta nel modo non corretto può sbiadirsi anche sotto la luce del sole. Oggi la canapa, se comprata dai peggiori fornitori cinesi e tessuta nelle più economiche fabbriche dell’Est (Romania, Moldavia) può produrre risultati disastrosi. Al contrario, esistono altre varietà di canapa, sempre cinese ma di eccellente qualità, o ancor meglio, se si trova, europea, ma tessuta dai tessitori italiani, trattata dai migliori finissaggi. Solo così il risultato è morbido, duraturo e coerente con tutti i vantaggi della vera canapa. Solo quando la canapa raggiungerà una certa popolarità e un volume della domanda alto quasi quanto il cotone, i costi di prodotto potranno abbassarsi.

Ma è davvero così caro se messo a confronto con altri materiali ecosostenibili?
I concorrenti della canapa possono essere due: lino e bamboo. Entrambi comunque, non costano poco. Se costano poco allora è il caso di dubitare sulla qualità. Il lino inoltre ha una filiera già rodata e con molti fornitori abituati a lavorarlo in grandi quantità, ci sono economie di scala maggiori e quindi si riesce a ottenere un prezzo appena più basso. Per quanto riguarda il bamboo il discorso è simile, anche se in Italia lavorarlo è difficile quanto la canapa.

Puoi dirci come vengono suddivisi i costi che fanno il prezzo finale?
Mediamente in questo modo: 40% del costo è dovuto al filato, 20% al tessuto; 20% al finissaggio e trattamenti vari che il tessuto subisce e 20% alla creazione del capo e agli accessori.

Perché avete voluto lavorare con la canapa?
Come detto, è la coltivazione più sostenibile. Ha un forte impatto positivo e pro-attivo contro il riscaldamento globale, nel senso che non solo ne evita il peggioramento, ma lo combatte anche. Poi ci ricorda la storia italiana ed è estremamente bella da vedere (sempre che i capi siano fatti in un modo corretto): ha un aspetto vintage ma al tempo stesso moderno, creando potenzialmente capi di grande classe.

Quanto ancora si può migliorare nella lavorazione di questo materiale?
Tantissimo. Ci vuole coraggio e investimenti e soprattutto capacità inventive nei prodotti. In Italia abbiamo aziende capaci di creare tessuti e invenzioni incredibili. Bisogna solo saperle sfruttare e insistere.

A livello di marketing, quanto l’associazione con la “droga” penalizza il mercato e come andare oltre?
Mostrare la foglia, cosa che accade nella stragrande maggioranza dei casi, indebolisce agli occhi di molti il valore della canapa, perché, appunto, le viene dato un connotato negativo. Lo sforzo a livello di marketing può cominciare mostrando il meno possibile la foglia, addirittura dando “nuovi nomi” alla canapa o ai tessuti composti di canapa e creando di continuo contenuti e consapevolezza nei vantaggi che la canapa può portare.

Come siamo messi in Italia?
Abbiamo un fiore all’occhiello, il Canapificio Nazionale, che potrebbe filare anche oggi un campo di canapa. Abbiamo quasi tutti gli strumenti e le tecnologie per farlo, forse con l’aiuto di qualche fornitore francese, ma poco ci manca. Vedo anche nuove soluzioni interessanti (tutte da provare) proposte da Tecnocanapa. Quello che manca è un vero investimento. La capacità e il coraggio di dire: “coltivo 100 ettari di canapa e ne faccio il filato italiano” e avere la disponibilità di investire una cifra importante. Il Canapificio sarebbe disposto a filarlo, ma tutto ha un costo. E purtroppo anche con qualche ettaro i costi rimangono altissimi.

Di che cifre parliamo?
Io ero quasi pronto ad avviare una produzione di 100kg di filato italiano, con la collaborazione di Alberto Bacchini, agricoltore e coltivatore di canapa di Parma. Purtroppo sarebbe venuto a costare circa 12.000 euro per soli 100kg di filato. Tradotto imprenditorialmente vorrebbe dire: 80 euro solo di filato per metro di tessuto, arrivando a fare costare una giacca probabilmente 500 euro, e vendendola al pubblico a oltre 1000. Ovviamente si tratta di un costo proibitivo e neanche un marchio come Loro Piana potrebbe tentare un’impresa del genere. Se però si avessero già oltre 50-60 ettari di canapa, i costi cambierebbero e forse sarebbe più sostenibile. Quello che ci vuole è dunque un piano industriale e una grande capacità poi nel creare prodotti attrattivi.

Lo sforzo economico quindi resta centrale.
Se rimane proibitivo, l’alternativa è tecnica: cioè trovare soluzioni più economiche per lavorare la canapa, ma qui siamo ancora molto indietro.





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