Nell’era del consumismo, della globalizzazione, del politically correct a tutti i costi, della tirannia livellatrice del divide et impera, la musica deve fare i conti con il più potente esercito di nemici di sempre. Della battaglia per salvare l’arte dei suoni dalla più brutale mercificazione, dei presupposti e delle conseguenze del fenomeno, Antonello Cresti – fiorentino, classe ’80, musicista, saggista, con alle spalle undici pubblicazioni su musica underground, cultura britannica, esoterismo e controcultura, conferenziere e fondatore della Convenzione degli Indocili – ha scritto con penna sagace in “La musica e i suoi nemici: come l’industria discografica crea il conformismo di massa” (Uno Editori, pp. 238). Un libro fuori dal coro, provvidamente dedicato «a chi non si arrende, a quel manipolo di resistenti che il fare cultura lo vive come missione quotidiana. – ci ha raccontato Cresti – Questo libro è il mio squillo di tromba».

Antonello Cresti

Perché proprio adesso?
Non è la prima volta che la musica e l’arte vengono usate come megafono per ideologie totalitarie. Oggi, però, siamo in presenza di un pensiero unico, tale e quale ai totalitarismi del passato, ma che non ha una propria idea di bellezza. Tutto viene proposto con l’idea di banalizzare, abbassare, standardizzare qualsiasi discorso creativo e la musica è, in grandissima parte, un megafono del pensiero unico dell’età moderna, che a sua volta si nutre di questo culto dell’anti-estetica. Per questo c’è urgenza di parlare della musica e di come essa rappresenti, in brutto, la società che stiamo vivendo.

Oltre a questo, cosa racconta la musica leggera di oggi della società in cui viviamo?
Che siamo di fronte a una sostanziale scomparsa del fenomeno giovanile: i giovani esistono ancora come dato anagrafico, non come categoria dell’essere e questa mancanza di energia giovanile, di propulsione generazionale si fa sentire anche nelle creazioni artistiche. E, poi, l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, per citare Walter Benjamin, è diventata oramai nient’altro che merce e questo porta l’industria discografica a spingere verso una standardizzazione progressiva di qualsiasi aspetto della musica, prodotta e immaginata in maniera tutta uguale.

Il valore dell’avere a portata di clic gran parte della musica esistente, quindi, è un’illusione?
Non se noi questa possibilità di accesso la dominiamo attivamente. Il problema è che nel momento in cui ho qualcosa a portata di mano, in nove casi su dieci finisce per nutrire un sentimento di apatia, per fiaccare la curiosità, invece di stimolarla. È un paradosso, ma la musica non è mai stata così irrilevante come oggi.

La pandemia ci ha portati a una rivalutazione dell’ordine del tempo. Contribuirà a una fruizione più consapevole e quindi a una produzione più genuina della musica?
Per la produzione temo di no, ma per l’ascolto sì. Nel momento in cui stoppiamo il solito sovraccarico di azioni, pensieri, input e siamo presenti all’ascolto, possiamo far sprigionare totalmente l’enorme potenziale della musica, che purtroppo oggi è inesplorato. Imparare nuovamente ad ascoltare, poi, ci renderebbe più attivi e ricettivi rispetto a qualsiasi stimolo abbiamo intorno, non ultimo quello informativo.

Nel libro parli di una dialettica totalizzante, per cui “buoni” e “cattivi” finiscono con l’essere strumento della strategia del divide et impera. In questo contesto persino la trasgressione è stata istituzionalizzata. Questo ha depauperato la musica nella sua essenza?
Questo è un punto centrale. La ribellione e la trasgressione sono un luogo essenziale dell’arte, la capacità di smuovere le acque in maniera provocatoria deve essere presente nell’esperienza artistica. Oggi, invece, siamo in un’epoca di conformismo di massa, che però spesso viene raccontato come trasgressione, per cui cose veramente superficiali generano l’idea di essere in un campo di trasgressione, ma in realtà non fanno altro che asseverare i valori egemonici di questo momento. Nel libro mi soffermo sul fenomeno della trap, perché se si va a scrostare la superficie ci accorgiamo che l’orizzonte “ribelle” in cui si muovono i trapper è meramente e totalmente interno alla dialettica del presente, un inno al dio denaro, che permette di acquistare e mercificare qualsiasi cosa e in cui riferimenti a orologi e macchine sono una vera forma di pubblicità. È un chiaro esempio di falsa trasgressione, che veicola invece un’idea iper-conformista.

In questo sistema esistono voci aliene, artisti che non abbiano abdicato alla complessità, alla contraddizione e alla provocazione in nome dell’ortodossia de facto?
Per fortuna le anime libere esistono, in esigua minoranza, ma le possiamo trovare in qualsiasi ambito musicale. Tra quelli poco considerati, ma molto rilevanti per me c’è quello delle musiche del mondo. In un’epoca di globalizzazione, dove ci illudiamo di conoscere tutto quello che avviene nel Pianeta, in realtà ci perdiamo esperienze musicali che esprimono tradizioni, filosofie e spiritualità, che ci sono molto distanti come sensibilità, ma proprio per questo sono importanti e utili per apprezzare il concetto essenziale della differenza. Per quanto riguarda trasgressione e provocazione, invece, nel libro parlo del black metal degli anni ’90: un’esperienza deflagrante, condannabile secondo i parametri della morale comune, però, l’arte dà la possibilità di sublimare anche ciò che è oscuro, produce un effetto catartico.

Come quello dei live. Già ridottisi a mero evento mondano e raduno di solitudini, in epoca di pandemia qualcuno, addirittura, indica i live in streaming come una pratica plausibile per il futuro…
Manca consapevolezza. Invece di vedere queste schiere di artisti, anche underground, tuffarsi in quella modalità di comunicazione, avrei preferito vederli adoperarsi per dire quanto quel mezzo sia nocivo e sbagliato. La musica non può prescindere da una dimensione fisica, di socialità, che esiste solo in presenza e nasce da una comunione di persone.

A proposito di underground, esistono ancora voci fuori dal coro in ambito indipendente in Italia?
Forse le cose più sincere, aperte e interessanti stanno proprio dove c’è chi non ha la necessità di dichiararsi indie. Mi riesce difficile indicare uno stile, ma dove c’è spirito di ricerca, curiosità, sperimentazione, volontà di abbattere categorie già scritte, il terreno è favorevole per trovare qualcosa di interessante.

La musica è espressione della società che la produce, ma è anche vero il contrario?
Sicuro. Se, un po’ come è successo alla fine degli anni ’60, la musica tornasse a essere uno straordinario veicolo di espressione di istanze spirituali, politiche, generazionali, culturali, individuali e collettive, allora, sì che potremmo avviare un processo di mutazione sostanziale della società attraverso la musica.





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