hip hopRiguardando la situazione attuale, recenti vicissitudini, i ruoli interpretati che prendono il sopravvento sugli attori: è tutto un gran teatro. Ora come ora è superfluo chiedersi il perché le chiacchiere da shampista sui social prendono il sopravvento a discapito del dare il giusto respiro alla musica.

Col passare del tempo, realizzo che i social non hanno rovinato la musica, né i rapporti tra musicisti o quelli con il fanbase, semplicemente hanno contribuito a far conoscere l’indole degli artisti, talvolta interpreti di un personaggio, talvolta no.

Sfatiamo un mito a chi rientra nell’età media di chi ascolta rap: a bravo artista non corrisponde sempre a brava persona. Sì, lo so, dopo Babbo Natale è difficile da mandare giù anche questa…

L’Hip Hop ai tempi di Facebook

Ci sono artisti, ascoltatori, siti e riviste che ne parlano. Oggi, i social network sono solo l’ultimo – in ordine cronologico – dei tanti luoghi di confronto della cultura Hip Hop, spesso specchio di una società chiusa e non momento di evasione e crescita, il tutto a discapito della cultura stessa. Internet è un mezzo potentissimo, ma l’Hip Hop che vive solo su internet alla lunga diventa nocivo, e il mondo del giornalismo di settore non è esente da questa logica.

Ci si ritrova ad avere internet, sottoposto a un costante refresh. Ciononostante, il fatto che il pensiero comune riesce lo stesso ad allinearsi verso X o Y in tempi minimi, a considerare genialità qualunque tentativo di copia dagli States e altri episodi simili dovrebbe dare da riflettere, giusto per dirne una.

Mezzi di comunicazione…

Secondo mito da sfatare: non esiste solo la musica che passa in TV e radio, o quella discussa da riviste e siti di settore. Esistono gli uffici stampa, esiste chi butta un occhio su chi è arrivato prima sul pezzo, chi dà precedenza all’amico che ha chiuso l’EP. C’è ancora chi si affaccia relativamente al mondo delle autoproduzioni, che ad essere onesti meriterebbe più voce in capitolo, poca giustizia alle eterne promesse.

Dato che le forze in gioco sono contrastanti e complementari, mi sento di esortare chi ascolta da un lato, a provvedere da sé ad arricchire il proprio bagaglio culturale. Pare sia diffusa la mancanza di un orecchio critico e subire meno il fascino del lato gossip che tanto attrae i like.

“Ma tu non eri underground?”

Sarebbe il caso di citare un noto aneddoto di cui si confrontavano due modi di intendere una cultura, e realizzare che in fondo a capirci niente è un attimo. L’indice di gradimento sposta il baricentro dell’intelletto, ammazza l’autocritica, oppure insegna a sbattersene delle critiche.

Di recente è accaduto anche questo, i 16 Barre collaborano con Slaine (La Coka Nostra) nel brano “Human corruption’s chronicles”. Seguirà una critica da parte del gruppo a chi, pur essendo del settore, non ne fa parola.

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Il brano è indubbiamente ben fatto, una collaborazione con gli States, nella maggior parte dei casi, è un tassello importante che va ad aggiungersi al rap di casa nostra, tant’è che trova riscontri positivi dal mondo social e viene segnalato da diversi portali di settore nonostante una serie di critiche mosse nei confronti di questi ultimi (non so fino a che punto colpevoli nella fattispecie) e scontri con lo stesso fanbase e provocazioni del calibro di  “ma tu non eri underground?“.

Da quando internet ha dato il suo benestare, incoraggiando gli artisti indipendenti a farsi avanti, a dare risalto all’autoproduzione, si è totalizzato un precedente. Tuttavia, autoprodursi è diventato un processo tutt’altro che semplificato.

I confini si assottigliano fino quasi dissolversi, tant’è che oggi parlare di commerciale/underground per molti si riduce all’adottare o meno determinati stilemi.

Dopo tutto ciò viene da chiedersi: da quando internet ha preso il sopravvento sulle persone – riviste, artisti o fan che siano – davvero ci si concentra così poco sulla musica e ci si gira intorno così tanto?





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