map-turkmenistanINFO
Il Turkmenistan è uno stato dell’Asia centrale confinante con l’Afghanistan, l’Iran, il Kazakhstan e l’Uzbekistan. Si affaccia sul Mar Caspio. Popolazione totale: 4.6 milioni.
Capitale: Ashgabat.
Lingua: turkmeno.
Fino al 1991 fece parte dell’Unione Sovietica.

L’impatto con Ashgabat è sbalorditivo. All’uscita dall’aeroporto, la notte ci avvolge con un cielo nero fondo, che diventa striato di bianco al profilarsi della città, per svilupparsi in una galassia di luci quando siamo in centro. Non si tratta di stelle, ma di potentissimi fari che illuminano a giorno faraonici palazzi e fantasiosi monumenti. L’inatteso spettacolo ci sorprende, non capiamo… magari l’indomani alla luce del giorno. Andiamo a dormire e, con ancora il ronzio dei motori dell’aereo nelle orecchie, ci domandiamo: “cosa ci si può aspettare dalla capitale di questa dimenticata repubblica centro asiatica?”.

Di giorno spiccano sfarzosi edifici come l’Arco della Neutralità sulla cui sommità si trova una statua d’oro di Niyazov alta 12 metri, con le braccia tese verso il sole. Il palazzo di Turkmenbashi con la sua cupola interamente d’oro, la moschea di Azadi ad imitazione della moschea Blu di Istanbul. L’insieme che ne scaturisce è qualcosa di anacronistico, come i nuovissimi hotel di marmo bianco del surreale quartiere di Berzengi, completamente vuoti. Il luogo comune di città in mezzo al deserto resiste malgrado le infinite fontane fatte costruire, oggi un segno indelebile all’interno del paesaggio cittadino.

Ertugrul_Gazi_Mosque_in_Ashgabat,_Turkmenistan

Ad Ashgabat si trova la fontana più grande del mondo, una vera e propria piramide alta 70 mt. sui cui fianchi precipitano fragorose cascate. Chi allora verrà per la prima volta sarà costretto a ricredersi, in quanto non troverà una città in mezzo al deserto. Alla periferia di Ashgabat, già in pieno deserto, si tiene tutte le domeniche mattina il mercato di Tolkuchka: un ultimo brulicante angolo del mondo asiatico di un tempo. Migliaia di volti lo percorrono, infinite mercanzie lo ravvivano e una moltitudine di tinte lo colorano. Vi giungiamo intorno alle nove, quando l’intensa attività commerciale è nel pieno del suo fervore. Oltrepassato l’arco d’ingresso la ressa è tale da impedirci addirittura di camminare. Appena entrati a sinistra c’è la zona riservata ai tappeti dove la folla variopinta insieme al colore rosso prevalente dei tappeti crea tutto intorno un caleidoscopio di colori. Di tappeti ve ne sono a migliaia: grandi e piccoli, per terra o appesi, rotolati e srotolati. La stessa armonia di colori la s’incontra nell’area delle sete: fili, scialli, vestiti. Gli uomini sono riconoscibili per via dei colbacchi. I più anziani indossano ancora il telpek, un grande copricapo nero di pelle di montone, insieme al khalat, una tunica di colore scuro. Le donne portano appariscenti e coloratissimi scialli multicolori, bordati di frange, e maglioni di lana pesanti e lunghi.

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Lasciamo la confusione di Tolkuchka e prendiamo l’unica strada asfaltata che attraversa il deserto del Karakum, da sud verso nord. Definirla strada è senz’altro un eufemismo, cosparsa di buche com’è. A Jerbent, dove c’è l’unica stazione di rifornimento tra Ashgabat e Dashogus, è obbligatorio fare benzina. Riempiamo il serbatoio della macchina e le taniche di scorta. Il paesaggio diventa tipicamente desertico, qua e là banchi di sabbia emergono in dolci rotondità e fanno da sponda alla strada. Ci imbattiamo nel primo di tanti dromedari che ci attraverseranno la strada. Per superare questo deserto, il più arido dell’Asia centrale, bisogna essere spinti da un buon spirito d’avventura. Il Karakum è triste e monotono, per nulla bello, ma al suo interno nasconde una vera meraviglia. Si trova all’altezza dell’oasi di Darvaza dove abbandoniamo l’asfalto per seguire differenti piste di sabbia che portano al cratere del gas. Questa è la meraviglia che ci ha spinti fin quaggiù.

Prima di scovarlo c’imbattiamo in una yurta (n.d.r. tenda mongola), dove subito dei bambini ci vengono incontro. Hanno sguardi sorpresi e curiosi. Uno è senza scarpe, un altro indossa calze di colore diverso, i genitori strascicano a terra cappotti troppo lunghi, adatti a degli uomini di corporatura più grande. La yurta in cui vivono è davvero isolata, lontano dalla strada, in mezzo al deserto e circondata dal nulla. Senza GPS, satellitare e qualsivoglia strumento tecnologico continuiamo a seguire piste difficoltose fino al tramonto, quando finalmente troviamo quello che cercavamo. Ci affacciamo al cratere e vediamo il fuoco divampare con incredibile forza ed enormi fiamme, man mano che scende la notte lo spettacolo diventa sempre più incredibile ed affascinante.

2015-07-09 02.32.41 pm

Favoleggia anche una leggenda intorno al cratere: si racconta che gli spiriti che vivono tra le fiamme sono malvagi e causano sovente grandi sciagure. Non bisogna accamparsi se non dopo esserseli aggraziati compiendo un giro dell’intero perimetro in senso antiorario. Mentre eseguiamo il rito vedo Aman accovacciarsi, raccogliere una manciata di sabbia e buttarla in alto, intuisco che lo fa per capire dove soffi il vento, quindi lo scorgo andare in cerca di qualche secco arbusto, infine posiziona il campo per la notte. Penso che l’omaggio agli spiriti abbia già avuto il suo effetto, ossia quello di averci fatto trovare una guida affidabile. Il clima è freddo, più consono ai poli che al deserto, ma siamo in inverno e in questa stagione fa’ freddo anche nei deserti. Durante la notte la temperatura scenderà a 0° C. Dentro la tenda più avanza la notte e più il freddo diventa pungente.

Il giorno dopo non incontreremo nessuna abitazione ed essere vivente fino in prossimità di Konye-Urgench, dove restano in piedi ancora pochi monumenti dalla furia devastatrice di Gengis Khan: un minareto, alto 64 mt., e il mausoleo del Sultano. Ma non sono i monumenti il motivo della nostra visita, anche se l’UNESCO è pronto a dichiararli patrimonio dell’umanità. Siamo qui per assistere al rito propiziatorio della fertilità. Ci dirigiamo sulla “collina dei quaranta mullah”, sulla cui sommità le donne sterili pregano e offrono minuscole bambole di pezza come ex voto. Infine, in segno di sacrificio, si lasciano rotolare lungo il pendio della collinetta. Partecipiamo attoniti e in silenzio al rito propiziatorio di una giovane ragazza.

Il giorno seguente di buon mattino siamo già in frontiera. Ci mettiamo in coda alla fila. Le pratiche doganali sembrano sbrigative, fino a quando non arriva il nostro turno e allora rallentano notevolmente. I fogli da compilare che ci vengono dati sono scritti in cirillico, noi li compiliamo scrivendo, in inglese, ad intuito, le solite cose: cognome, nome, numero di passaporto… la polizia legge il nostro inglese che è l’equivalente del cirillico per noi, timbra i moduli compilati e i nostri passaporti, in men che non si dica usciamo dal Turkmenistan…

Adriano Socchi





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