disabile

Noi italiani siamo un popolo di vacanzieri: possono toglierci tutto tranne quei dieci giorni da trascorrere comodamente spaparanzati su una spiaggia, sudando su impervi sentieri di montagna o vagando senza meta nelle grandi capitali europee ed internazionali. Sembra quasi un diritto costituzionale ed inalienabile quello alla vacanza, al viaggio, alle piccole e grandi avventure, eppure ad una buona fetta di italiani l’apostrofo vacanziero è precluso, negato, talvolta persino osteggiato.

Nel nostro paese vivono circa tre milioni di persone disabili, e questo numero è destinato ad incrementare con l’invecchiamento della popolazione che, come è noto, sta innalzando l’età media degli abitanti della nostra penisola. Tre milioni di persone che vorrebbero fortemente poter godere della possibilità di svagarsi, viaggiare, conoscere nuovi luoghi e gente nuova, ma che si trovano a dover fare i conti con mille e più problemi logistici che di fatto negano, non solo il viaggio transnazionale, ma spesso anche la possibilità di arrivare autonomamente al baretto sotto casa. Qualcuno tra i lettori di questo articolo, potrebbe pensare che io stia esagerando o spettacolarizzando la situazione per fare notizia, per “creare un caso”. Ma non è così. Ancora oggi nel 2006, una persona disabile in procinto di intraprendere un viaggio, si trova a dover affrontare un’accuratissima pianificazione di ogni dettaglio della sua vacanza, pianificazione oltretutto destinata poi a scontrarsi nella pratica con un muro di false informazioni, di servizi inesistenti, di incomprensioni in grado di rovinare quelli che sulla carta si prospettavano giorni di relax.

Partiamo dal principio di ogni viaggio, ovvero il mezzo di spostamento. Viaggiando in aereo ci si trova in balia di usi e costumi delle compagnie di volo e degli aeroporti: chi pretende somme aggiuntive per trasportare la sedia a ruote, chi durante le operazioni di imbarco le danneggia o addirittura le smarrisce (tutto realmente accaduto). Ci sono alcuni voli che non accettano per regolamento persone su sedia a ruote, e aeroporti dove facchini senza alcuna esperienza vengono adoperati per sollevare, spostare, accompagnare persone che spesso, complice la non conoscenza reciproca delle lingue straniere, non riescono a comunicare le proprie esigenze personali e posturali. Non è facile descrivere qui, come ci si sente ad essere afferrati e sballottati da estranei che non sanno letteralmente “come prenderti”, ma il senso di frustrazione che ne consegue è molto alto.

Oppure possiamo parlare dei mezzi su terra: i treni dove il viaggiatore disabile che ricordo, è viaggiatore pagante, è costretto spesso a viaggiare nel vagone delle biciclette, senza agganci per la sedia a ruote, senza posto a sedere per l’accompagnatore, come fosse appunto una merce, un problema imprevisto da gestire. Possiamo parlare degli autobus, spesso dotati di costose pedane elettriche a scomparsa, che puntualmente si rivelano non funzionanti, mai revisionate, e adoperate da personale che ne ignora il funzionamento. Possiamo parlare delle metropolitane, dove un montascale rotto ti blocca sottoterra, e sei costretto a girare di fermata in fermata sperando di riuscire “a riveder le stelle”, come direbbe Dante.

Ma tutti i disagi causati dall’inadeguatezza dei servizi di trasporto non terminano con l’arrivo alla meta desiderata, tutt’altro. Per molti albergatori avere un cliente disabile è un disagio, alcuni mi hanno confessato che “…gli altri clienti, sà, le famiglie, si imbarazzano…”. Altri hanno gradini all’entrata, e devi entrare dalle cucine come un reietto, altri hanno ascensori troppo stretti, bagni troppo stretti, porte troppo strette, e magari al telefono avevano dichiarato che la loro struttura era accessibile, solo perché hanno avuto in passato un ospite con una sedia a ruote molto piccola, sportiva, o che era in grado di fare alcuni passi almeno per arrivare al bagno. E tu che hai una sedia ingombrante dalla quale non riesci ad alzarti, ti trovi ad aver pagato un viaggio, un soggiorno, e non puoi neanche andare alla toilette.

Capite bene quindi, l’incipit di questo articolo, che pretende di denunciare una situazione tanto quotidiana quanto invisibile, proprio perché non fa rumore, perché termina tra i muri di gomma delle pareti di casa dalla quale non si esce mai, tra i silenzi delle famiglie spesso più stanche e infiacchite che combattive. Per fortuna le cose stanno iniziando a cambiare, le esperienze, i passaparola, le rivendicazioni di tanti singoli cittadini, stanno gettando le basi di un modo nuovo di intendere il viaggio e la vacanza. Si parla sempre più spesso anche da noi di turismo accessibile, che altro non è che la pretesa di uguale dignità e di uguale servizio per ogni viaggiatore (ripeto, pagante), nel rispetto delle diversità di ognuno. Un nuovo modo di intendere dicevo, che parte dalla rivendicazione del diritto della persona disabile, ma si estende fino a simboleggiare un concetto di qualità universale di strutture e servizi. Quante volte avete visto una mamma con passeggino impossibilitata a salire su un autobus, o percorrere una spiaggia senza passerelle affondando nella sabbia? O una persona anziana con la spesa in mano ansimante per le troppe scale? Basta fratturarsi un piede per accorgersi di cosa vogliano dire dieci gradini, e di come per evitarli talvolta si sia costretti a fare deviazioni di centinaia di metri. Per questo parlo di qualità universale, perché riguarda o può riguardare tutti noi, che sia per un breve periodo, o per uno molto lungo.

Non possiamo aspettare che ci accada qualcosa per pianificare la qualità delle nostre città, dei nostri servizi, delle nostre architetture, dobbiamo invocare e pretendere di mantenere i nostri diritti e la nostra dignità anche e soprattutto nei momenti più difficili della nostra vita. Diritti che non possono venire meno se (faccio i debiti scongiuri) ci rompiamo una gamba, se la vista si indebolisce, se ci ammaliamo o semplicemente se diventiamo un po’ più vecchi. E’ giusto e sacrosanto scendere in piazza per i diritti di popoli oppressi, per le violazioni dei diritti umani e di quelli degli animali, per ideali nobili da difendere. Ma impariamo anche ad affinare la vista, a notare nelle nostre città e in quelle che visitiamo, le barriere che ci circondano, i servizi che tagliano fuori, gli atteggiamenti sbagliati, le discriminazioni appunto invisibili. E impariamo a considerare la qualità in ogni aspetto della nostra vita quotidiana: costruiremo silenziosamente la società del futuro. Meglio se prossimo.

a cura di Marco “Sgrunt” Mattioli
Responsabile di www.liberatutti.it – La community italiana sulla disabilità

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