Per quelli che come me che han passato i 50 anni, non è stato facile uniformarsi alla grande distribuzione ed alle regole che ne son derivate, in particolare a quelle relative alla “roba da mangiare”.

Nella città in cui sono nato (Cremona), il primo punto vendita del più grande propinatore planetario di hamburger (McDonald’s) ha dovuto chiudere per mancanza di clienti.
 Mio nonno Primo andava al mercato con il bus (che da noi si chiamava “radiale”) e tornava con un tacchino vivo nella borsa (sporta) al quale tirava il collo e toglieva le piume (penne) in cantina, la stessa cantina dove alcuni nostri vicini di casa pigiavano ancora l’uva che in ottobre spandeva l’odore del mosto nelle strade in cui noi, allora irrintracciabili quando lasciavamo le nostre abitazioni nelle case popolari di quartiere, giocavamo a pallone in campi delimitati da giubbotti e paletti di fortuna, fermandoci solo per fare merenda con un panino (bufèt) con pane burro e zucchero… Il burro non era garantito.

Ho voluto tracciare questo quadretto perché mi pare una foto che renda idea precisa di quanto sia cambiato il mondo da quando appartiene alle multinazionali del “food” e del “beverage”.
 Potrei raccontarvi anche delle malghe in montagna dove con mio zio e mio padre andavamo a prendere i formaggi che adesso è vietato produrre perché in contrasto con i protocolli igienici internazionali, per non parlare della “tara” che aveva addirittura i vermi (beghi) e che costituiva l’orgoglio di Maik (mio padre), discendente da una stirpe di formaggiai ambulanti.

Sono consapevole e convinto che molti di questi alimenti fossero davvero “velenosi”, seppure il loro consumo fosse una tradizione consolidata da secoli e credo che davvero avessero in alcuni casi una “carica batterica” capace di mitridatizzarci o di farci fuori, ma sono anche conscio del fatto che alle stesse multinazionali del “food&beverage” appartengano anche le maggioranze dei pacchetti azionari di banche, industri alimentari, di distribuzione, logistica, trasporti e quant’altro di tutto quell’universo da cui, come da un enorme tetta, tutti siamo in qualche modo costretti a nutrirci.

Lascio a voi, che se state leggendo Dolce Vita siete abbastanza intelligenti d’aver conservato lo spazio del dubbio, le considerazioni che conseguono alle quattro stronzate che anche questo numero del “nostro” (magazine preferito) mi ha dato l’onore di ospitare.

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