proteste sioux (2)In campagna elettorale Donald Trump aveva promesso che avrebbe fatto di tutto per rilanciare l’economia del petrolio e del gas. Ora che è presidente ha deciso di cominciare dando via libera dal progetto più controverso di tutti: il Dakota Access Pipeline, ovvero l’oleodotto di 1700 chilometri che deve passare tra le terre sacre degli idiani Sioux e sotto al fiume che è la loro unica fonte di acqua potabile, il Missouri.

Si tratta di un’area che rappresenta un ecosistema molto delicato, dal quale dipende la vita di circa 50mila indiani d’america (ma che complessivamente porta acqua a 17 milioni di americani) e che un’eventuale incidente petrolifero potrebbe danneggiare irrimediabilmente.

In dicembre il genio militare aveva deciso di non approvare la costruzione del tratto di oleodotto che sarebbe dovuto passare sotto ai territori indigeni, dando mandato alla compagnia di studiare dei percorsi alternativi, riconoscendo che il tracciato del Dakota Access Pipeline avrebbe messo in pericolo le riserve d’acqua degli insediamenti della nazione indiana del North Dakota.

Donald Trump ha invece firmato un odine esecutivo che ordina di intraprendere la costruzione dell’opera nel suo trattato originario, decidendo così di non tenere in considerazione la negativa valutazione di impatto ambientale, né le proteste del popolo Sioux che da otto mesi resiste alla costruzione del Dakota Access.

I cantieri per il completamento dell’ultimo tratto dell’opera, che in totale costerà 3,8 miliardi di dollari ed a regime trasporterà 570mila barili di petrolio al giorno,  sono stati riaperti ieri mattina.

I Sioux hanno confermato che non accettaranno la decisione e non rimarranno passivi di fronte all’ennesivo abuso subito dai “bianchi” nel corso della loro storia. Le manifestazione sono riprese, così come i presidi per impedire fisicamente l’avanzamento del cantire.

Nel frattempo una delle tribù Sioux che si batte contro la costruzione dell’oleodotto Dakota Access ha presentato ricorso in tribunale nel tentativo di fermare l’autorizzazione del governo. I Cheyenne River Sioux si sono appellati alla Corte federale della capitale Washington, ribadendo come il progetto violi i diritti della nazione Sioux sanciti nei trattati.

Mentre l’associazione Standing Rock Rising (che riunisce tutte le tribù Sioux) ha fatto appello alla solidarietà internazionale, chiedendo a tutti di firmare una petizione da indirizzare a tutte le banche che finanziano il progetto per costringerle a ritirare i fondi dall’opera. La lista è piuttosto lunga (la trovate a questo link) e comprende anche l’italiana Intesa San Paolo.

 





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