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Trovati con 1kg di cannabis e 17 piante: marito e moglie assolti dimostrando l’uso terapeutico

Una sentenza che una volta tanto restituisce ottimismo alla lunga lotta dei malati per il diritto alla cura con la cannabis. Due coniugi di Trento sono stati assolti nonostante detenessero in casa 958 grammi di marijuana oltre a 17 piante sempre di cannabis messe a coltivazione. È stato lo stesso Pubblico Ministero a richiedere l’assoluzione degli imputati, evidentemente convinto dalla strategia difensiva messa a punto dal loro difensore, l’avvocato Carlo Alberto Zaina.

LA STRATEGIA DIFENSIVA ACCETTATA DALL’ACCUSA. Ai due coniugi era stato contestato da parte dei carabinieri il possesso ai fini di spaccio di 2,5 chilogrammi di cannabis. Ma 1,5 di questi erano di varietà legali (canapa industriale a contenuto legale di THC). Rimaneva comunque quasi un chilo di erba illegale (al 18% di THC) e 17 piante in coltivazione. Tuttavia, come l’avvocato Zaina ha dimostrato, non vi era alcuna prova di spaccio (nessun bilancino o materiale per il confezionamento in casa, nessuna rubrica sospetta, nessuna intercettazione telefonica o ambientale compromettente). Inoltre i due soffrivano di patologie invalidanti per far fronte alle quali gli era stata regolarmente prescritto l’uso di cannabis come antidolorifico. La cannabis detenuta era quindi la loro sconta farmaceutica, destinata al solo consumo personale.

COLTIVARE IN PROPRIO PER FAR FRONTE A COSTI INACCESSIBILI. Come scritto nelle memorie difensive dall’avvocato Zaina, quella dell’autocoltivazione da parte dei coniugi è stata «una scelta operata, al fine di ovviare agli altri costi dei farmaci prescritti, attesa la non florida situazione economica dei due indagati. L’autocoltivazione – in situazioni del tipo di quella oggetto della presente indagine – costituisce, pertanto, opzione finalizzata ad evitare l’accesso al mercato illecito da parte della persona che abbia necessità di cannabis terapeutica e non già a creare condizioni di aumento di offerta di stupefacente sul mercato di eventuale destinazione geografica». Il PM ha accolto la tesi, dimostrando come alcune volte gli uomini di legge abbiano il coraggio di accettare interpretazioni che vanno oltre la legge scritta, che si trova ancora vittima di un Parlamento che rifiuta di approvare il diritto all’autocoltivazione della cannabis per i malati.

PURTROPPO UNA RONDINE NON FA PRIMAVERA. Un caso che dimostra come, anche se lentamente, il diritto alla cura stia aprendo una breccia all’interno della giurisprudenza, ma che non può certo permettere di cantare vittoria a tutti i malati. In assenza di una legge che sancisca una volta la legalizzazione della coltivazione di cannabis a scopi personali, i cittadini si trovano infatti in balia dell’orientamento dei diversi giudici, che spesso emettono assoluzioni o severe condanne per delle condotte analoghe. In attesa che la politica, con i suoi tempi irrispettosi della vita di milioni di cittadini e di migliaia di malati, arrivi un giorno a produrre una nuova legge sulla cannabis, il destino di tanti consumatori di cannabis, per scelta o per necessità dipende da due cose: l’orientamento e l’umore del giudice che si troveranno di fronte e la loro possibilità di pagarsi o meno un avvocato capace. Questo è inaccettabile per un paese che si autodefinisce civile. 

 





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