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Chi è Giacomo De Stefano? Lui si descrive come una persona semplice, io che ho avuto il piacere di fare una lunga chiacchierata con lui, lo vedo come una fonte d‘ispirazione, un modello, qualcuno che ha saputo trovare il senso della propria vita e soprattutto il modo di condividerlo con gli altri. Mi mostra una barchetta di legno colorata fatta a mano che gli è stata regalata durante uno dei suoi viaggi, spiegando che quell’oggetto lo rappresenta.
Gli esseri umani sono composti per l’80% di acqua, così come la superficie terrestre con il 70,8% circa di questa fonte esauribile di vita: un viaggio lungo i corsi d’acqua è come un viaggio dentro se stessi. La scelta di Giacomo è stata quella di passare da una vita normale, «questione di punti di vista», dice lui, a una vita dedita alla ricerca di un modo sostenibile di viaggiare e di proteggere i corsi d’acqua del mondo.

Com’è avvenuto questo cambiamento?
Sono nato ad Asti e cresciuto sulle Alpi nei dintorni del Monte Bianco, per poi trasferirmi a Venezia, dove ho preso una laurea in architettura. Durante gli studi mi sono cimentato in ogni lavoro: dal lavapiatti al dog sitter passando per il cameriere, prima di cominciare a lavorare nell’ambito dell’architettura e dell’arte come assistente, project manager, film maker e curatore di mostre.
L’ultimo lavoro che ho fatto era come assistente di un collezionista e per circa 4 anni la mia vita si è svolta tra Roma e New York. Poi, un giorno, non uno qualsiasi ma l’11 settembre 2011, il mio volo è atterrato nella grande mela e mi sono letteralmente visto crollare le torri addosso. Quell’avvenimento ha cambiato tutto. Il mondo è crollato e oltre ai corpi straziati sotto le ceneri delle torri , altre morti sono arrivate sotto il fuoco delle guerre che ne sono scaturite. Anche per me qualcosa è cambiato: la mia vita non mi sembrava più “normale”, dovevo fare qualcosa personalmente, mi sono interrogato sui principi fondamentali della vita e degli esseri umani, e, tra gli elementi, l’acqua è quello che mi ha permesso di trovare la mia strada. Ho cominciato allora a restaurare una barca a remi e a vela di 5,6 metri, completamente travolto dall’istinto e dalla voglia di reagire.

Qual è stato il tuo primo progetto?
Nel 2008 è nato il progetto “Un altro Po”: un’esperienza dettata dall’istinto non dal calcolo, sono partito dalla mia terra e da un fiume che la maggior parte di noi attraversa su grandi e piccoli ponti, molte volte senza degnarlo di grandi attenzioni. Il Po: i 1000 km più lunghi e più belli d’Italia. Prima non lo trovavo interessante. Ora sì. E penso che quasi tutti noi lo abbiamo dimenticato. Ci buttiamo dentro di tutto. Gli chiediamo acqua, e tanta, e non siamo gentili. Ci siamo dimenticati di ringraziarlo. Nel Po molta gente ci ha lasciato le penne, molti uccelli ce le lasciano ogni giorno e i pesci lo lasciano e basta, quando ce la fanno.
L’idea era quella di risalire questo fiume, con una piccola barca a remi, condividendoli con chiunque volesse unirsi a me per una parte del cammino, la barca mi ha dato modo di ospitare una persona per volta e lungo il viaggio ho avuto l’occasione di ristabilire un dialogo a proposito di questo fiume, ascoltando i racconti della gente sulla sua “parte di Po”.

Il budget?
Zero! L’obiettivo era il minimo impatto ambientale ed economico, ho condiviso con persone fantastiche il cibo e le difficoltà, non erano i soldi l’obiettivo del viaggio, bensì l’interazione e lo scambio, con l’acqua e con la gente.

Hai una particolare formazione nautica?
No, è uno dei colmi della vita (spiega dopo essersi fatto una risata). Navigo da quasi dieci anni e poco tempo fa ho provato a prendere la patente nautica e non ho superato l’esame! L’esperienza non fa parte del quiz d’esame…

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Raccontaci del progetto “Man on the river”.
È un progetto nato circa un anno dopo quello del Po. “Man on the River” si basa su tre temi principali: tutela delle acque (se ci prendiamo cura dell’acqua ci prendiamo cura di noi stessi), economie locali (condividere con coloro che vivono lungo i fiumi la cultura e permettere agli autoctoni di vivere dei loro prodotti) e l’idea del viaggiare lento e del turismo sostenibile, rispettando quindi gli ambienti, l’aria, le acque, le strade e le persone che incontriamo.
Volevo stare attento a ciò che avevo intorno, toccare la terra con gentilezza, dando e prendendo nel rispetto di ciò che mi stava intorno. Anche questo progetto è stato avviato a budget zero. Io e la mia fedele barca di legno a remi e vela ci saremmo scambiati con i corsi d’acqua, le città i profumi e le genti partendo da Londra alla volta di Istanbul. 5401 km, 179 giorni di viaggio, due anni per la preparazione del progetto 346 chiuse fatte, 8 tunnel attraversati, 18 acquedotti, 6000 persone incontrate, 600 interviste, tanta acqua bevuta ed espulsa! 15 paesi, da Londra a Istanbul, partendo dal Tamigi attraverso il Canale della Manica, i canali francesi fino a Strasburgo e poi il Reno, il Meno fino a Norimberga e poi a Regensburg, il Danubio scendendo verso Austria, Slovacchia, Ungheria, Croazia, Serbia, Romania, Bulgaria, Moldavia, Ucraina e infine, Turchia! Solo grazie al vento e ad una vela.
È stata un’esperienza incredibile, potrei stare qui a parlartene per ore ma è stata anche molto dura. Ma questo lo sapevo, ho avuto ogni tipo di difficoltà, dalla mancanza il cibo alle malattie, ma anche ogni tipo di gioia derivata dalla condivisione con la gente e con la terra.
Da soli non si resiste, gli amici che ho incontrato lungo il viaggio sono stati il tesoro più grande.

Dove dormivi e com’eri attrezzato?
Ho dormito per la maggior parte del tempo a bordo della barca, protetto dalla mia tenda in cotone Olona (cotone italiano) che ormai non viene più prodotto ma che è impermeabile e di una resistenza straordinaria. Avevo inoltre una stufa a legna che mi era stata costruita da un amico fabbro con un mini-barile di birra riciclato che mi ha permesso, di mangiare, scaldarmi e asciugare i vestiti durante tutto il viaggio. Avevo inoltre un piccolo pannello solare che mi serviva per caricare il telefono o il computer necessari ad aggiornare il blog.

Come ti procuravi da mangiare?
L’acqua è la vita. Lungo gli argini dei corsi d’acqua la natura apparecchia la tavola agli esseri umani e si trova ogni tipo di frutta o verdura, ogni ecosistema offre le sue specialità. Per quanto riguarda l’acqua, nella maggior parte dei casi bevevo quella dei fiumi filtrata con un piccolo depuratore portatile. A volte cucinavo il pane con la farina che i contadini che incontravo lungo il viaggio mi fornivano o accendevo qualche piccolo fuoco sulle rive dei fiumi.

Che cos’è Be Water?
Il progetto “London to Istanbul” non è stato da parte mia un modo per esibirmi o per compiere un’impresa eccezionale, il mio obiettivo è di sensibilizzare la gente sui temi dell’acqua, del turismo sostenibile e del rispetto dell’ambiente circostante. Lungo i miei viaggi ho avuto la possibilità di avere scambi con un sempre maggiore numero di persone che intraprendono viaggi alternativi come percorsi a piedi o in bicicletta, e mi sono reso conto che è possibile creare una rete per mettere in comunicazione tutte queste idee ed esperienze. L’associazione “Be Wate”r è un po’ come la mia barca: disposta ad accogliere chiunque abbia una storia da raccontare. Fondata come associazione senza scopo di lucro e registrata in Germania, l’obiettivo è quello di promuovere l’idea di un rapporto consapevole e sostenibile con la natura e in particolare con l’acqua. In questo momento mi sto dedicando al restauro di una Llaut tradizionale, una barca aperta da 6 metri che si trova nel porto di Mallorca, con la quale ho in programma di circumnavigare l’isola di Mallorca per il progetto “Volta Mallorca” cercando di sollevare l’attenzione del maggior numero possibile di persone sulle questioni dell’acqua e l’importanza della condivisione e di attivare progetti volti ad appoggiare le economie sostenibili. Altre due barche: la Menphis e la Chilugi sono in fase di restauro. La Chilugi è la prima ambasciatrice itinerante per i progetti educativi di “Be Water”.
A partire dal 2014 percorrerà lentamente gli oceani da costa a costa, per incontrare artisti, politici e cittadini e riunirli in una sorta di “comunità dell’acqua” sotto forma di interviste, report, videoconferenze, progetti artistici, collaborazioni o semplicemente nella partecipazione alla rete sociale per sostenere il progetto.

Lascia un messaggio ai nostri lettori…
Venite a trovarmi lungo uno dei prossimi viaggi o nel porto di Mallorca per condividere i remi, le vostre storie e le vostre esperienze con me! I progetti per il futuro sono tanti e non vedo l’ora di conoscere i vostri, non serve una particolare esperienza ma solo la voglia di scoprire e di arricchirsi.

Le domande che avrei potuto fargli sono ancora moltissime, domande tecniche sulle barche e sui corsi d’acqua percorsi oppure rimanere ad ascoltare i racconti della gente incontrata lungo il viaggio. Giacomo con la sua spontaneità è stato capace di trasmettermi con una sola chiacchierata molte delle sensazioni di cui si è arricchito durante il viaggio, mi ha fatto fermare un momento e riflettere provocandomi la voglia di provare le stesse sensazioni di condivisione e avvicinamento alla natura. Ci salutiamo con la speranza di incontrarci sulle rive di qualche corso d’acqua. Poche ore più tardi esco ed osservo i canali che attraversano la mia città con occhi diversi…
Per saperne di più su Giacomo e sui suoi progetti visita il sito web www.bewater.info.

G.R.





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