«Un attentato contro le basi militari di Aviano o Ghedi potrebbe provocare dieci milioni di vittime». Perché è lì, in Italia, che si trovano ancora decine di testate nucleari. Comincia con queste parole “Il prezzo dell’atomica sotto casa”, rapporto pubblicato il 1 dicembre e firmato da Sofia Basso, membro dell’unità investigativa di Greenpeace Italia.

Il documento della ong accende i riflettori su un tema fin troppo trascurato negli ultimi anni, quasi dimenticato. Se non fosse per il lavoro di organizzazioni della società civile o per la Campagna internazionale per l’abolizione delle testate nucleari (ICAN). Il cui impegno non è bastato a far scomparire questi ordigni. Così, lo spettro di conflitti con l’impiego di bombe atomiche non può considerarsi ancora archiviato. E 40 di queste testate – versioni aggiornate rispetto alle bombe sganciate su Nagasaki e Hiroshima (pronte all’uso) – sono stoccate in Italia per conto degli Stati Uniti. Ciò nell’ambito di accordi bilaterali permessi dalla NATO.

Ma quanto pesa sulle casse pubbliche dei Paesi coinvolti la gestione di questa enorme minaccia nucleare condivisa (il cosiddetto nuclear sharing)? Nessuno dei “proprietari” e dei “tenutari” delle bombe ci tiene troppo a rendere note le cifre in gioco. E nemmeno ad affrontare il tema della permanenza di questi arsenali. A farlo ci prova, appunto, il report di Greenpeace Italia. Ponendo importanti interrogativi alla politica. A partire dalla riflessione del suo direttore, Giuseppe Onufrio: «Un Pianeta sempre più instabile è più sicuro senza armi nucleari. È tempo che l’Italia prenda una posizione chiara e definitiva sulle armi atomiche, chiedendo il completo ritiro delle bombe americane dal proprio territorio e ratificando il TPNW (Trattato per la proibizione delle armi nuclearindr). Un accordo storico che ci lascia sperare in un futuro di pace, finalmente libero dall’incubo dell’olocausto nucleare».

Le Nazioni Unite, infatti, nel luglio 2017 hanno adottato il TPNW. L’accordo riconosce che la “completa eliminazione” delle armi nucleari rimane il solo modo di garantire che non siano mai usate. In nessuna circostanza. Non vieta solo l’impiego di questi armamenti, ma anche la loro produzione, i test, l’acquisizione, il trasferimento e lo schieramento (quindi anche il nuclear sharing). Sarà proibito persino minacciare di usarli.

Il TPNW entrerà in vigore il 22 gennaio 2021, avendo ottenuto la ratifica di oltre 80 nazioni. Ma in quell’elenco non ci sono né l’Italia né alcuna delle superpotenze nucleari (USA, Russia, Cina, India, Pakistan, Francia e Regno Unito). Addirittura, secondo Greenpeace, «l’amministrazione Trump avrebbe scritto a diversi Paesi che avevano già ratificato il Trattato per spingerli a ritirarsi». Cosa farà ora Joe Biden? E l’Italia? L’associazione ricorda amaramente che «il ministero degli Esteri rimane scettico sul TPNW», anche se 240 tra deputati e senatori – essenzialmente di Pd, M5S e LeU – abbiano sostenuto la campagna ICAN e oggi siano al governo. Mentre un sondaggio diffuso dalla stessa ong dice che l’80% degli italiani vorrebbe ritirate le bombe USA dal nostro territorio.

Nel frattempo, l’Osservatorio sulle spese militari italiane Milex ha stimato l’ammontare della spese direttamente riconducibili alla presenza di testate nucleari su suolo italiano. Tra gestione delle strutture, sistemi di protezione e stoccaggio degli ordigni e manutenzione degli aerei adibiti al loro utilizzo, si avrebbero almeno 20 milioni di euro l’anno. Anche se il costo effettivo, al netto delle opacità che impediscono un calcolo ufficiale, arriverebbe fino a 100 milioni di euro, cioè quattro volte quanto il nostro Paese versa all’Organizzazione Mondiale della Sanità. Una somma a cui Milex aggiunge altri 2,3 miliardi di euro circa per sostituire i vecchi aerei Tornado del 6° Stormo dell’Aeronautica militare ormai in dismissione.

Al loro posto dovrebbero entrare in servizio venti cacciabombardieri F-35A predisposti per il “ruolo nucleare” e perciò preferiti ai più economici Eurofighter, che andrebbero adattati. Venti aerei destinati a Ghedi il cui mantenimento Milex prevede possa costare 7,7 miliardi di euro in 30 anni. Il totale? 333 milioni di euro all’anno, cioè quattro volte il contributo italiano alle Nazioni Unite (78 milioni di euro nel 2019). E senza contare gli oltre 90 milioni di euro a carico del ministero della Difesa per realizzare la base operativa apposita per questi velivoli, iniziata a novembre 2020 per essere terminata nel luglio 2022.

Esaminati i rischi e i numeri, rimane la sostanza della condivisione nucleare, su cui Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne di Rete italiana pace e disarmo, esprime una valutazione etica e complessiva. «Non sono le spese militari a difenderci dalle reali minacce, come dimostrano il 2020 e il climate change. Tanto più che le spese per il nuclear sharing ci portano a partecipare a un concetto strategico che si basa sulla capacità di realizzare genocidi».

Spesa globale per la gestione delle armi nucleari – fonte rapporto ICAN 2019

Fonte: Valori.it





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