In questi ultimi anni, dopo un trentennio di silenzio tombale, gli psichedelici stanno rifacendo capolino negli ospedali e negli istituti di ricerca medica, in Svizzera, in Inghilterra, in Spagna, negli Stati Uniti. Dall’impiego di psilocibina, ayahuasca e ketamina nel trattamento degli stati depressivi severi (quelli a tendenza suicidaria, per intenderci), alla somministrazione di salvinorina A (il vietatissimo principio attivo della Salvia divinorum), psilocibina e ayahuasca ad eroinomani, alcolisti, tabagisti e altri schiavi delle droghe di stato (inclusi quegli psicofarmaci che mai vengono fatti rientrare nelle statistiche problematiche) per aiutarli a “smettere”, alla somministrazione di LSD, psilocibina e MDMA (il famigerato “exstasy”) ai malati terminali, per sollevarli dagli attacchi di ansia e depressione indotti dal terrore della Nera Signora, al trattamento del cancro e del parkinsonismo con l’ayahuasca, e così via. Diversi di questi trattamenti sono ancora nelle fasi sperimentali iniziali; altri, come la somministrazione della ketamina nella depressione, vengono già normalmente ricettati e somministrati e addirittura auto-somministrati; altri ancora, come l’impiego dell’MDMA nel disturbo da stress post-traumatico e nell’autismo adulto, sono in dirittura d’arrivo verso quel traguardo che viene chiamato Fase III della sperimentazione clinica di un farmaco.

Anche questa volta è prevedibile che l’Italia sarà il solito fanalino di coda, giacché di questi tempi, se è tornato difficile discutere a livello istituzionale di canapa medica, figuriamoci parlare di psichedelici con gente che facilmente li confonderebbe con le lucine stroboscopiche delle discoteche. Comunque sia, è doveroso preparare la strada, rendendo disponibile in Italia l’adatta informazione sulle TP (come ho per brevità siglato le Terapie Psichedeliche).

Per questo motivo, è da un anno che insieme a un medico mi sono cimentato nello studio delle TP – mai mi sarei permesso di interessarmi di questioni mediche senza avere un medico accanto, per di più esperto nella farmacologia delle droghe – dove lei (è un medico donna) studia le TP attuali, e io studio gli aspetti storici di queste terapie; nella cultura occidentale moderna gli psichedelici sono stati usati come medicine dagli inizi del XX secolo, con la mescalina prima, e in seguito con l’LSD e la psilocibina, sino a che la mannaia proibizionista della fine degli anni ’60 pose fine, non tanto all’uso sociale di queste sostanze, che mai sono scomparse dalle metropoli occidentali, quanto al loro studio e impiego medico. Non mi cemento ora a esporre i motivi di questa “punizione” del mondo medico e scientifico – “punizione” che è durata un trentennio – poiché rischierei di infastidire più di un lettore impreparato, e mi riserbo di esporli in sede più appropriata, e precisamente in un voluminoso e sudato libro che insieme al medico sto scrivendo e che finalmente stiamo concludendo.

Nel novembre scorso, in un affollato corso di formazione intensiva di tre giornate a Forlì, abbiamo portato una prima serie di conoscenze sulle TP all’attenzione dei medici dei Ser.T., cercando di fargli capire che non esiste solamente il metadone e che altrove si stanno percorrendo altre promettenti strade di liberazione dalle tossicodipendenze. 
Il libro uscirà nel giro di qualche mese.

Ciò che per il momento mi interessa comunicare in anteprima ai lettori di questa rivista, sono i risultati di una paziente ricerca svolta nei mesi scorsi fra polverosi scantinati e soffitte di alcuni “manicomi” italiani (così erano chiamati prima della legge Basaglia), con l’aiuto di bibliotecari e custodi a cui sono grato per aver compreso e facilitato la mia “missione”, volta al recupero delle pubblicazioni relative all’impiego di mescalina, LSD, LSA (la molecola “sorella” naturale dell’LSD) e psilocibina nelle cliniche psichiatriche nel periodo 1930-1967. Ho svolto questa ricerca consapevole del fatto che, salvo rare occasioni, i risultati degli studi con le sostanze psichedeliche sviluppati nel nostro paese non raggiunsero mai le sedi delle pubblicazioni internazionali, e ancora oggi queste ricerche sono totalmente ignote all’estero e dimenticate in Italia.

La mia indagine storica ha riportato alla luce una cospicua attività di studi clinici sviluppati in tutto il territorio italiano, incluse alcune ricerche sorprendenti per la loro originarietà. Fu in Italia che fu somministrata per la prima volta agli umani la forte dose di 500 mcg di LSD (a Lecce nel 1949), che furono somministrati contemporaneamente LSD ed LSA, che per la prima volta l’LSA fu somministrata per via endovenosa, che fu scoperta l’interazione sinergica di uno stimolante amfetaminico somministrato nel corso del plateau psichedelico, ed è l’Italia ad avere il primato mondiale dell’impiego clinico della psilocibina e i migliori risultati nel trattamento degli stati depressivi mediante l’impiego di questa molecola d’origine fungina.

Escludendo i non pochi studi svolti su soggetti normali, i miei calcoli vedono almeno 60 studi clinici in cui un totale di 900 pazienti furono trattati su tutto il territorio italiano (il 54% maschi), mediante più di 2800 trattamenti, di cui 238 con mescalina, 1492 con LSD, 225 con LSA e 877 con psilocibina. Nella mappa qui pubblicata è possibile osservare la distribuzione territoriale di questi trattamenti. Le principali affezioni trattate sono state la schizofrenia e altre psicosi; seguono le varie forme di nevrosi, gli stati depressivi, i disturbi sessuali (frigidità e impotenza) e in minor misura le epilessie e l’alcolismo. Per tutto il resto – che non è poco – rimando al libro in dirittura d’arrivo, “Terapie Psichedeliche”.

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