Fino a un anno fa, solo in pochi parlavano dell’idea di coltivare legalmente la cannabis in Italia, ma sembra che nel frattempo il Paese si sia emancipato e si stia proiettando verso il futuro con entusiasmo! Analogamente, in Svizzera nel gennaio del 2017 esistevano solo 4 aziende che coltivavano piante ricche di CBD da cui ricavavano i vari prodotti, ora ce ne sono 400 e il numero continua a crescere. Allora la domanda che dovremmo porci è: qual è il punto di saturazione per i prodotti di CBD e per le aziende produttrici, quando ci arriveremo e dove andrà a finire tutto questo CBD?

La risposta breve a questa domanda è che nessuno ancora lo sa! Ad ogni modo ci sono alcuni punti che sono delle certezze: per esempio, se gli agricoltori e i coltivatori indoor vogliono trovare mercati per le loro merci al momento del raccolto, si renderà necessaria l’adozione di una qualche scala per la qualità del prodotto, in modo che si possa applicare una scala di prezzi che rifletta i valori di mercato corretti.

La cannabis CBD dominante non rientra nel mercato nero e per questo non può essere confrontata a quel paradigma. Dobbiamo invece valutare tale biomassa in quanto materiale base per le estrazioni e per la lavorazione di prodotti per la cosmesi o per l’alimentazione, e perciò essa va valutata all’interno di un paradigma agricolo e delle scale di valore delle merci del settore.

Naturalmente le spese relative alla coltivazione di un prodotto agricolo sono spese che una compagnia può correttamente esigere come legittime e deducibili, al contrario di quanto avviene nel mercato nero; quindi il prezzo al chilogrammo dovrà rifletterle adeguatamente per risultare giustificabile a fronte dei controlli e delle norme governative. In breve, il prezzo al chilo del mercato legale dovrà essere più basso e collegato ai costi della coltivazione, piuttosto che includere costi aggiuntivi per coprire rischi intrinsechi che non esisteranno più. I produttori di canapa industriale comprendono questa modalità di fissare il prezzo, mentre quelli che arrivano in questo mercato legale dal mercato nero avranno bisogno di tempo per modificare il loro modo di pensare.

Se i cristalli di CBD puro al 99.8% hanno un valore, diciamo, di 10.000 euro al kg, sarà semplice dare un prezzo corretto a tutto il materiale basandosi su tale valore e sulla concentrazione percentuale di CBD nei diversi prodotti.

I mercati farmaceutici, cosmetici e alimentare, assieme a tutte le industrie e mercati di nicchia collegati, potrebbero almeno utilizzare una scala simile basata sulla purezza della molecola.

I coltivatori possono calcolare quante piante – da clone o da seme – avere per ettaro, e i relativi costi di semina e raccolto, di essiccazione e di lavorazione, e il valore o il peso del loro raccolto mettendolo in relazione a una scala basata sulla purezza del CBD. Ovviamente, se questo è lo scopo della loro coltivazione! In futuro si darà un prezzo alla materia prima in base al contenuto in CBD, invece che in fibra.

La biomassa coltivata dovrà essere soggetta a test di laboratorio per rilevare la presenza di pesticidi, insetticidi e metalli pesanti, per poter risultare adatta all’utilizzazione in prodotti destinati al consumo umano, e i test potranno essere effettuati da organismi indipendenti autorizzati dal governo che stabiliranno gli standard da seguire per valutare un raccolto.

La scuola delle estrazioni da pianta intera (quella che utilizza tutti i componenti e le molecole presenti all’interno di una specifica pianta, terpeni, flavonoidi, cannabinoidi, etc.) sarà probabilmente confinata a mercati privati, club o al passaparola. Alla fine le istituzioni governative punteranno sulle aziende che siano i maggiori contribuenti, fino a che non potranno riscuotere le relative imposte nella stessa misura e con la stessa facilità con cui riscuotono da Big Pharma. Fino ad allora tutte le normative e le leggi collaterali sulla canapa e sul CBD faranno a gara per ottenere maggior profitto e miglior controllo dei futuri mercati, il che non ha nulla a che vedere col prendersi cura di chi oggi ha bisogno di aiuto.

Serve un piano
Nelle scorse settimane negli Stati Uniti, la DEA, ignorando la Farmers Bill (una legge che comprende tutti i coltivatori di canapa e ha giurisdizione federale), ha deciso che tutti i prodotti da esportazione debbano essere al di sotto dello 0.1% di THC, rendendo la biomassa di canapa legale un bene soggetto al sequestro se trovata a varcare i confini USA. Pare che le regole non vengano applicate a chi sta al potere, e ciò crea frustrazione negli allevatori con licenza e nei commercianti. Sequestrare tutti i prodotti senza poi restituirli, così come non notificare i sequestri fino a mesi dopo, sono, dal mio punto di vista, le comuni tecniche dilatorie utilizzate da una politica incerta e indecisa. Oppure esistono motivi più oscuri, ancora non di pubblico dominio. In California c’è uno studio legale che sta promuovendo una class action contro la DEA proprio per questo motivo, ma sappiamo tutti quanto possano durare le dispute legali quando la controparte è il Governo!

Anche gli agricoltori che hanno coltivato molti ettari nella speranza di trarne in qualche modo profitto, vedranno presto che le cose cresciute senza un disegno non si muovono così rapidamente come farebbero se esistessero già delle cooperative per la compravendita a prezzi fissati sulla base dei rapporti di laboratorio sui singoli raccolti. Pertanto l’unica soluzione logica, e probabilmente il prossimo passo di questa industria in Europa, è il passaggio all’estrazione di massa per trasformare la biomassa dei coltivatori – bene deperibile – in un’estrazione primaria stabilizzata, pronta o per essere usata o per essere ulteriormente raffinata, in maniera analoga a ciò che avviene con l’uva e il vino che vengono fatte invecchiare come concentrato.

In Colorado la maggior parte degli allevatori di canapa viene controllata due settimane prima del raccolto per verificare il rispetto dei limiti di THC, misurati sugli ultimi 50 centimetri di 20 piante campione scelte a caso. Una volta che si certifica un livello di THC nel materiale inferiore allo 0.3%, viene rilasciata una licenza al produttore e tutto ciò che segue diventa legittimo secondo la Farmers Bill, il principale strumento di politica agricola e alimentare del governo federale.

Se si considera che tonnellate di materiale sono pronte e diventano disponibili allo stesso tempo, il loro valore diminuisce a causa della grande offerta di materia prima. Ciò genera problemi come panico nelle operazioni di compravendita, confusione, deprezzamento e destabilizza il resto del mercato. Capita spesso che agricoltori che hanno pianificato sulla base di determinate tariffe di vendita, finiscano per liberarsi della merce a prezzi parecchio più bassi di quelli considerati precedentemente, e ciò si deve alle tempistiche. Anche lo spazio per lo stoccaggio e la refrigerazione dello stesso dovranno essere presi in considerazione come costi addizionali della coltura, nel caso ci voglia molto tempo a smaltirla.

I costi
Ora che è tempo, molti agricoltori si stanno preparando a raccogliere, essiccare e processare nella maniera più efficiente possibile, analogamente a quanto avviene nell’industria del vino e dell’olio di oliva. E, se non sono previsti una destinazione specifica o un mercato di nicchia o contratti di fornitura per la realizzazione esterna di prodotti, allora sarà un gioco fatto di attese.

Se vogliono ottenere i prezzi migliori per il proprio raccolto, gli agricoltori devono sempre avere tutto pronto rispetto a tutti gli altri. Ma ciò non è alla portata di tutte le aziende, per cui l’idea di una cooperativa assicurerebbe almeno i prezzi minimi per il materiale regolamentato e classificato. In sostanza, un mercato per gli agricoltori o una loro cooperativa per depositare certe quantità e incassare il giorno stesso, può essere la soluzione per il settore agricolo.

Il prossimo passo potrebbe essere quello di aziende, come impianti di estrazione commerciale, che offrano il servizio di trasformazione della biomassa in estrazioni primarie o di primo livello con determinate concentrazioni.

Ciò è già realtà in Colorado e in molti altri Hemp States degli USA. Queste compagnie, per la trasformazione del raccolto, impongono alti oneri che costituiscono costi addizionali da considerare prima di stabilire i prezzi dei prodotti. Tanti altri fattori aumentano i costi del processamento, per esempio la decarbossilazione (trasformazione della forma acida in una quella attiva del cannabinoide), purificazione (rimozione di certi elementi), winterizzazione (rimozione dei grassi e delle cere) e l’estrazione con, alternativamente, alcool, butano o CO2 (riducendo i componenti attivi a un substrato con concentrazioni maggiori rispetto a quelle che si trovano nella pianta).

Limitarsi a coltivare la canapa è solo una parte del lavoro. Quello che sto cercando di dire è che, se i coltivatori di canapa vorranno sopravvivere in questo settore industriale, per vendere i loro raccolti, dovranno essere più preparati e fare qualcosa di più che cavalcare semplicemente l’onda dell’entusiasmo. Parliamo quindi di un mercato rinnovato per una pianta antica che è al servizio dell’umanità e della natura da millenni. I grossi modelli di business, che prevedono diversi reparti per rinnovare il modo di vendere, impacchettare o commercializzare i prodotti, sono in campo per fare profitto. Le aziende presto si riforniranno di biomassa grezza, regolarmente classificata e testata per verificare quello che acquistano. In un futuro non tanto lontano le coltivazioni munite di licenza in Italia e in Svizzera, saranno soggette a norme e controlli molto più severi, lasciando spazio ai trasformatori intermedi e ai commercianti per fare da regolatori e rivenditori di materiale certificato.

Quindi sembrerebbe che ci siano infinite possibilità e nessun limite reale per l’uso di questa pianta, ma coltivazione e trasformazione dovranno essere realizzate avendo ben chiaro in mente un disegno preciso, per assicurarsi che il prodotto base sia pulito e sicuro da usare.





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