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La sera, finito di lavorare capita ch’io mi metta sul balcone, a prendere un po’ di fresco e magari a farmi una cannetta. Quassù dal mio terzo piano sulla città posso vedere un sacco di finestre e di appartamenti e mentre immagino le centinaia di vite che si stanno svolgendo dietro i sipari delle tende, mi accorgo che un filo comune lega tutte queste case e queste persone: si tratta di una fredda luce azzurra che va e viene, è la luce delle loro televisioni accese, e allora mi resta poco da immaginare se non le loro facce inebetite davanti a qualche programma più o meno imbecille. Come è possibile che uno strumento di per sé prezioso come la televisione sia diventato quello che è? E cosa resta di buono nei palinsesti?

Se scaviamo a fondo tra le radici del mezzo televisivo scopriamo che il suo ruolo è stato fondamentale alle sue origini nel 1954, manifestandosi quale vera forza motrice per l’omogeneizzazione della cultura linguistica italiana innestandosi peraltro in un processo già avviato dalla radio.

La funzione educativa e didattica dei primi programmi RAI appare evidente, coniati in alcuni casi dal modello delle lezioni scolastiche questi erano più o meno consciamente destinati a divenire elementi primari per la diffusione dell’alfabetizzazione, che ancora doveva toccare ampie zone della penisola, dando in questo senso un apporto d’importanza capitale.

Il pubblico della prima televisione è gigantesco (potremmo affermare che lo share rasentasse il cento per cento, gli apparecchi venivano spesso posti in luoghi d’aggregazione) ed estremamente variegato, comprendendo tanto il contadino quanto il borghese, tutti ugualmente attratti dalla novità dello schermo: trovarsi riuniti intorno all’apparecchio televisivo inizia ad assumere un carattere rituale.

Oggi la televisione non è più l’apparecchio misterioso che era all’epoca ma non ha smesso di attrarci, già dai tempi del boom economico è riuscita ad entrare in tutte le case, e ormai non ci si accontenta nemmeno più di una sola televisione, ma ce ne vogliono di più: una in salotto, una in cucina per quando si lavano in piatti, una in camera da letto da guardare prima di addormentarsi e per non sentirsi mai soli ora ce ne hanno data una anche sul cellulare.

Come possa la gente non prendere coscienza del suo ruolo di vittima continuando a pendere dalle labbra del “mostro” è una cosa che si fatica a concepire. Difficile trovare qualcosa degno d’essere salvato nei nostri palinsesti: i programmi culturali sono morti o stanno morendo e perfino i semplici documentari (genere che dovrebbe definirsi culturale per eccellenza) ormai non dicono più nulla, si trasformano in programmi d’intrattenimento. I telegiornali che dovrebbero resistere come canali “seri” d’informazione stanno diventando vergognosi (il TG4 non si può certo considerare un telegiornale, nemmeno se dotati di una sfrenata fantasia…).

Leggi balorde vengono approvate nottetempo nel silenzio ma noi non lo sappiamo, pare si preferisca piuttosto interessarsi dei litigi tra la sig.ra Berlusconi & consorte o commuoverci davanti alla storia dei cuccioli abbandonati e di altre corbellerie simili quali se ne potrebbero riempire pagine intere, per non parlare della crescita aberrante di numero dei cosiddetti talk show, i programmi in cui “esperti” si ritrovano per discutere. Di cosa? Sembra si parli un po’ di tutto, voli pindarici decisi in base all’argomento della settimana, negli ultimi tempi vanno di moda le ricostruzioni degli omicidi (d’altronde la cronaca nera è sempre stata un ghiotto placebo) ed ecco che perfino la morte si trasforma in show e possiamo vedere un radioso Vespa giocherellare con i modellini di case dell’orrore. E’ notizia recente che alcuni stilisti sarebbero pronti ad offrire un lavoro come modello ad Azouz Marzouk, il giovane tunisino che nella strage di Erba ha perso la famiglia.

Quello che sta avvenendo è che la voglia di pensare si mette sempre più in disparte, costa troppa fatica, si ritorna stanchi da una giornata di lavoro e lei è lì, in salotto (o in qualunque altra stanza la si tenga) che aspetta solo d’essere accesa per portarci lontano da qui, per darci la stupenda illusione di essere aggiornati su tutto quello che accade. La televisione ci da una spolverata di sapere sotto la quale l’ignoranza si stratifica e si fa più forte, ci getta in pasto altre vite (pensiamo al Grande Fratello) per aiutarci e scordare la nostra. Vite irreali in cambio del nostro tempo (che è tutto quello che abbiamo!), in uno scambio che senza dubbio alcuno, ci è sfavorevole per quanto sia comodo.

Noi abbiamo la possibilità e per certi versi il dovere di elevare le nostre vite con ragionamenti e sentimenti che siano frutto dell’esperienza, l’uomo ha la forza di scuotersi perché “fatti non fummo per viver come bruti” (come disse Dante/Ulisse secoli fa), tutto sta nella volontà di liberarsi. Chi ha le televisioni ha il potere, un potere immenso, che da tempo stanno usando per intorpidire le nostre menti, per disabituarci a pensare con la nostra testa, per schiavizzarci e trattarci come marionette. La televisione è l’oppressione e va combattuta, anche se la sua potenza e la sua forza di persuasione sono sbalorditive, anche se noi non possiamo replicare nulla ad uno schermo possiamo sempre fare quello che in 1984 di Orwell non era concesso, possiamo SPEGNERLO!

A conclusione dei miei ragionamenti resta una amarezza sconfinata, l’amarezza di chi sa la montagna di insegnamenti e di storie stupende che potrebbero venir coltivate grazie ad uno strumento come la TV e che invece ci vengono negati, l’amarezza di chi ascoltando le persone intorno a lui ne sente troppe parlare di notizie create in provetta apposta per loro, apposta perché quello sia
l’argomento di discussione, perché così fa comodo ai leader e, con un fremito d’orrore lo scrivo, perché così inizia a farci comodo.

a cura di Luca L.





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