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La tecnologia non è una scatola nera. Esattamente come negli ultimi anni siamo diventati più attenti a ciò che mangiamo e a tutta una serie di azioni anche piccole che compiamo quotidianamente e che potrebbero danneggiare l’ambiente, così anche i dispositivi tecnologici iniziano a smarcarsi dal consumismo imperante per aprirsi a un tipo di innovazione meno legata alle logiche del mercato e dei grandi attori. Tra Internet delle Cose e stampa 3D in tutto il mondo singoli individui, appassionati e giovani imprenditori stanno incominciando a giocare con la tecnologia fuori dalla cerchia di grandi aziende e università.

Ci sono giovani startup dell’hardware, ma anche siti come Adafruit (www.adafruit.com) e Maker (www.makershed.com) che vendono kit e componenti tramite cui si può costruire quasi di tutto, con il limite della fantasia e delle proprie conoscenze in materia. La tecnologia DIY (Do Internet Yourself) si inserisce nello spazio vuoto che c’è tra dispositivi digitali e il fai da te “tradizionale”, ovvero tutto quel mondo di hobbisti che produce e scambia oggetti fatti a mano come gioielli, pupazzetti e accessori che su Internet hanno fatto la fortuna di siti come Etsy.

Tutto nasce con la stampa 3D quando le stampanti 3D di Makerbot diventano il simbolo del movimento dei maker. È il 2009 e i fondatori producono una stampante 3D open source a prototipazione rapida abbastanza economica: costa poco più di 1000 dollari. È una tappa importante del percorso dell’hardware opensource. Come per il software attraverso i Creative Commons si condivide il codice sorgente di un programma, così che chiunque lo possa modificare e adattare alle proprie esigenze, quando lo stesso principio viene applicato all’hardware significa che gli autori dei progetti rinunciano al brevetto, preferendo far circolare le proprie idee in una comunità piuttosto che sfruttarle in solitaria con il diritto d’autore tradizionale. Per alcuni, come per esempio Chris Anderson (ex direttore di Wired e autore del libro Makers. Il ritorno dei produttori), stiamo per andare incontro alla terza rivoluzione industriale. Quest’ultima consisterebbe in una sorta di manifattura personalizzata in piccola scala dove è possibile applicare al mondo degli oggetti fisici parte della libertà che esiste nel mondo digitale. Dato che la tecnologia sta diventando sempre più ubiqua e pervasiva, giocarci e guardarla da dentro, invece che subirla passivamente come consumatori, potrebbe aiutarci a capire e ad agire in un mondo che si fa sempre più complesso.





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