L’equilibrio fra innovazione tecnologica e tutela della salute è sempre stato storicamente un qualcosa di molto precario, lo dimostra il fatto che tutta una lunghissima serie di patologie fra le quali i tumori, molte malattie neurologiche e degenerative, tantissime forme di allergia, l’infertilità e un gran numero di patologie rare rientrino nel novero di quelle che comunemente vengono definite “malattie del progresso”, poiché nel corso dei decenni l’incremento della loro incidenza è proceduto di pari passo con quello dell’evoluzione tecnologica.

I telefoni cellulari, oggi diventati smartphone, ci accompagnano ormai da una trentina di anni e hanno senza dubbio rivoluzionato in maniera radicale la nostra vita e il nostro comportamento molto più di quanto noi stessi non siamo disposti ad ammettere. Nel corso dei decenni il “cellulare” si è progressivamente trasformato da un mero strumento di comunicazione vocale a un vero e proprio computer attraverso il quale è possibile restare connessi con la rete durante tutto il corso della giornata a un costo tutto sommato accessibile per tutti, navigare sul web, interagire nei social network, chattare con gli amici, ricevere o inviare email, guardare film o partite in streaming e molto altro ancora. Facendo sì che per la maggior parte delle persone (non solamente dei giovani) la connessione internet 24 ore su 24 sia ormai diventata parte integrante della realtà quotidiana.

Naturalmente perché questo potesse accadere è stata necessaria un’enorme evoluzione tecnologica non solamente nell’ambito dello strumento attraverso il quale interagire (gli smartphone di oggi non sembrano neppure lontani parenti dei cellulari che usavamo negli anni 90 con le loro lunghe antenne e i minuscoli schermi), ma anche e soprattutto per quanto riguarda le reti attraverso le quali si diffonde il segnale.
Solamente attraverso una capillare diffusione di antenne dedicate (in Italia sono circa 60mila) è stato possibile introdurre la tecnologia 3G e successivamente 4G  che rappresentano il mezzo attraverso il quale oggi uno smartphone può navigare in rete alla stessa stregua di un pc, con una velocità che permette lo streaming video e tutte le operazioni più impegnative anche quando si è lontani dalla rete domestica o in movimento.

Recentemente si sta parlando sempre più della nuova tecnologia 5G che attualmente è in fase di sperimentazione e dovrebbe rivoluzionare ancora una volta la possibilità d’interazione fra l’utente e la rete, garantendo una velocità di connessione oltre 100 volte superiore a quella dell’attuale 4G e manifestandosi come il veicolo ideale per “quell’internet delle cose” che dovrebbe rappresentare il futuro prossimo della tecnologia digitale.

Come è normale che sia, ogni innovazione tecnologica porta con sé oltre a nuove prospettive anche tutta una serie di rischi legati alla salute o all’ambiente. Per forza di cose tali rischi sono di facile individuazione e valutazione nell’ambito del breve periodo, ma il discorso cambia radicalmente quando si prendono in considerazione il medio e lungo periodo, dal momento che solamente attraverso un campione molto ampio e un’osservazione lunga decenni è possibile valutare le eventuali conseguenze di una tecnologia sulla salute umana, mentre l’evoluzione tecnologica una volta messa a punto viene normalmente commercializzata in tempi brevi.
Ancora oggi dopo 30 anni dalla commercializzazione di massa dei telefoni cellulari non è stata fatta chiarezza sulla pericolosità degli stessi per gli utenti. Gli studi in materia appaiono controversi e troppo spesso influenzati da forti pressioni commerciali, mentre non si è mai andati da parte degli stessi produttori oltre la raccomandazione di usare il telefono con l’antenna estratta (per i vecchi cellulari che l’avevano) di non tenerlo per troppe ore all’orecchio e possibilmente di utilizzare l’auricolare. Un po’ come dire «non sappiamo se e quanto faccia male, ma utilizzalo senza esagerare perché un certo livello di rischio c’è».

Per quanto riguarda le antenne della rete 3 e 4G la situazione è per molti versi paritetica. Senza dubbio l’inquinamento elettromagnetico determinato dalle 60mila antenne sparse in maniera capillare sul territorio non rappresenta un toccasana per la salute (soprattutto per chi vive in prossimità dei tralicci), però a fronte degli studi indipendenti che evidenziano la correlazione fra l’inquinamento elettromagnetico e le malattie del progresso che abbiamo citato in precedenza, non si è finora mai manifestata alcuna presa di posizione da parte delle autorità competenti, dimostrando in tutta evidenza come i vantaggi della tecnologia in questione vengano considerati di gran lunga superiori ai rischi da essa determinati.

Uno su dieci fra i brevetti essenziali per la costruzione delle reti 5G è in mani cinesi, e in particolare di Huawei

Il 5G sembra essere qualcosa di profondamente differente, innanzitutto per la natura stessa della tecnologia che utilizza, delle onde con una maggiore frequenza e con una minore capacità di penetrare attraverso gli oggetti, rendendo quindi necessaria l’installazione di una miriade di micro antenne a distanza ravvicinata fra loro, con la conseguenza che praticamente nessuno (soprattutto nei centri urbani) si ritroverà a vivere a distanza di sicurezza da un’antenna. Proprio per questa ragione 180 scienziati di 37 Paesi hanno diffuso un appello, chiedendo la moratoria all’introduzione della tecnologia 5G fino a che scienziati indipendenti dall’industria non avranno completamente studiato i potenziali pericoli per la salute umana e per l’ambiente. Qualche preoccupazione sembra averla destata anche l’inizio della sperimentazione sul campo della tecnologia, avvenuta per ora negli Stati Uniti, se pensiamo che un gruppo di Vigili del fuoco di San Francisco ha dichiarato di avere riscontrato tutta una serie di effetti collaterali insoliti dopo l’introduzione del 5G all’interno delle loro caserme.

Insomma l’assioma secondo cui il gioco vale la candela potrebbe in questo caso non essere così scontato, soprattutto tenuto conto del fatto che l’inquinamento determinato dalla nuova tecnologia si sommerà a quello già esistente (3G, 4G) e il 5G partirà praticamente “al buio”, facendo sì che non essendo possibile produrre studi ad ampia campionatura sul medio e lungo periodo le cavie saremo giocoforza noi, sempre più connessi e sempre più veloci, ma al tempo stesso sempre più a rischio, come tanti topolini di laboratorio ignari della spada di Damocle sospesa sulla propria testa.

La prima antenna 5G d’Italia installata a Torino

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