L’avvertimento era arrivato sotto forma di provvedimento dell’Agcom e la minaccia si è concretizzata con l’istituzione di una vera e propria task force.

Succede così che in ormai ordinaria giornata di quarantena (come diceva Dostoevskij? Ah sì, che la migliore definizione che si possa dare dell’uomo è quella di un essere che si abitua a tutto), mentre siamo chiusi nelle nostre case con le nostre libertà fondamentali limitate per tutelare la salute di tutti, c’è chi vorrebbe dare una bella stretta anche a quella di pensiero ed espressione.

Il 19 marzo l’AGCOM, che è l’autorità italiana cha fa da garante delle comunicazioni, aveva inviato un comunicato stampa spiegando che aveva chiesto a tutti i social network di adottare “ogni misura volta a contrastare la diffusione in rete, e in particolare sui social media, di informazioni relative al coronavirus non corrette o comunque diffuse da fonti non scientificamente accreditate. Queste misure devono prevedere anche sistemi efficaci di individuazione e segnalazione degli illeciti e dei loro responsabili”.

Il passo successivo è stato quello di creare una “task force” contro le fake news sul coronavirus, come è stato comunicato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Andrea Martella. Di questa task force fanno parte rappresentanti del ministero della Salute, della Protezione civile e dell’Agcom, più una serie di esperti a titolo gratuito Riccardo Luna (giornalista ed editorialista di Repubblica), Francesco Piccinini (direttore di Fanpage), David Puente (giornalista di Open), Ruben Razzante (professore di diritto dell’informazione alla Cattolica di Milano), Luisa Verdoliva (docente di Elaborazione dei segnali multimediali alla Federico II di Napoli), Giovanni Zagni (direttore di Pagella Politica), Fabiana Zollo (ricercatrice sui flussi informativi online alla Ca’ Foscari di Venezia). E il medico Roberta Villa. Qual è il compito di questa task force? Non è ancora chiaro, visto che la stessa Roberta Villa ha sottolineato a La7 che non avrà potere sanzionatorio.

Anche perché per le notizie false che rientrano nell’ambito dell’art. 656 c.p. (che punisce chi diffonde notizie false, esagerate o tendenziose, per le quali possa essere turbato l’ordine pubblico, con l’arresto fino a tre mesi), la competenza esclusiva è dell’autorità giudiziaria. Tutte le altre notizie false, esagerate o tendenziose (che però non turbano l’ordine pubblico) rientrano comunque sotto il cappello dell’art. 21 della Costituzione.

Il dubbio, espresso da più parti, è che con questa mossa il governo voglia mettere a tacere le voci non allineate, con un’operazione che a molti ha ricordato quella del ministero della Verità di orwelliana memoria. “Per chi non lo ricordi, nel romanzo di Orwell, il ministero della Verità era stato concepito dal Grande Fratello, che non aspirava al potere per fini egoistici, ma per sviluppare il bene comune, ciò in quanto il popolo era formato da uomini deboli e pavidi, incapaci di reggere la libertà o la verità”, ricorda oggi l’avvocato Andrea Pruiti Ciarello, consigliere di amministrazione della Fondazione Einaudi, sottolineando che: “Per ovviare a questa incapacità, il Partito aveva stabilito che il popolo doveva essere ingannato in maniera sistematica da individui più forti; il “miniver” (ministero della Verità) confezionava non solo la verità del presente ma, all’occorrenza riscriveva anche la storia, tutto ciò per fare apparire più sostenibile ed accettabile la verità più comoda”.

Un altro aspetto che farebbe sorridere, se non stessimo parlando di temi fondamentali per una democrazia, è il fatto che la task force sarà limitata all’online, quindi web e social, e non varrà per i giornali cartacei o per le televisioni.
Per quale motivo? C’è una ragione per la quale si presuppone che le fake news non circolino sulla carta stampata o in TV? Si occuperanno anche delle fake news governative come quella del fantomatico attacco hacker (mai avvenuto) ai sistemi INPS? E soprattutto, l’ordine dei giornalisti non ha nulla da dire?

Noi sono anni che smontiamo bufale e fake news sulla canapa. Fake news che circa un secolo fa venivano create ad arte e diffuse proprio dai governi. E che venivano date in pasto e amplificate proprio dalla stampa connivente. E le bufale sulla cannabis le abbiamo smontate indipendentemente dal mezzo utilizzato: ne abbiamo viste in tv e sulla carta stampata, sul web, nelle radio e nei social network, ma anche, e soprattutto, in un organo governativo come era stato il Dipartimento per le politiche antidroga portato avanti con stile nixoniano dal dottor Serpelloni, di recente condannato a oltre 7 anni di carcere per tentata concussione.

Lasciamo stare i commenti della Meloni o di Salvini, che vedono in questo provvedimento una svolta autoritaria mentre settimana scorsa avevano applaudito alla mossa di Orban che ha di fatto installato un regime dittatoriale in Ungheria. E lasciamo stare anche le task force: una società sana dovrebbe già avere in sé gli anticorpi per contrastare la diffusione di falsità nella popolazione. Se non è così, il problema è a monte, e non basterà riscrivere la propria verità quotidiana per risolvere una problema più profondo.

Se il governo vuole veramente combattere le fake news, “investa più risorse in cultura, aumenti i fondi per le scuole e le università, regali libri ai nostri giovani, promuova sulle reti Rai programmi di intrattenimento che abbiano anche una funzione culturale”, come ha ricordato la Fondazione Einaudi. Stimoli il dibattito, il dubbio e la critica.
Contribuisca a creare dei cittadini con la mente aperta e libera: sarebbero loro il primo antidoto contro qualsiasi fake news, oltre che un’ottima base per costruire l’Italia del futuro, dove l’articolo 21 della nostra Costituzione sarà sacro come lo è oggi.





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