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Talebani ed esportazione di cannabis: una questione di equilibri geopolitici

Talebani ed esportazione di cannabis: una questione di equilibri geopolitici
Talebani
e produzione di cannabis medica: quella che inizialmente sembrava essere un bufala, in realtà è una notizia che è stata confermata dall’azienda tedesca coinvolta nel progetto, che ha confermato la trattativa sottolineando che nulla è ancora stato deciso.

L’azienda Cpharm risulterebbe in trattativa con il governo talebano per avviare un’importante coltivazione di cannabis nel paese, anche se alcuni nodi irrisolti della questione gravano sull’intero negoziato, a cominciare dalla mancata approvazione di questo governo da parte dell’ONU. L’impianto per la produzione di marijuana a finalità medica prevedrebbe un investimento di 45 milioni di dollari su un arco temporale di 5 anni, nonostante il regime talebano avesse erroneamente stimato all’inizio quella cifra a 450 milioni di dollari.

Il mancato riconoscimento del governo dei talebani da parte della comunità internazionale 

Mentre questo progetto avrebbe la possibilità di cambiare le politiche sugli stupefacenti nel paese, per la sua implementazione è fondamentale che l’attuale governa riceva l’approvazione dell’Internationl Narcotics Control Board (INCB) delle Nazioni Unite. Inoltre, la mancata approvazione del regime attuale da parte dell’ONU impedirebbe l’esportazione di cannabis ad uso medico verso paesi esteri, nonché gli stessi potrebbero inserire embarghi commerciali su tali prodotti.

Il progetto, che creerebbe anche nuovi posti di lavoro nel paese, avrebbe la capacità di portare l’Afghanistan ad essere tra i più grandi produttori mondiali di cannabis, permettendo al paese di esportarla poi anche ad altri stati. Non solo: questa coltivazione costituirebbe una fonte di significative entrate economiche, alternativa alle due principali attuali, ovvero l’industria mineraria e le industrie illegali di cannabis e papaveri da destinare al mercato internazionale della droga.

Tuttavia, l’intera questione solleva anche interrogativi di eticità. Steve Rolls, un analista politico della Transform Drug Policy Foundation del Regno Unito, ha dichiarato che questo accordo è “progettato per avvantaggiare gli investitori stranieri, non l’economia locale”. “Per molti aspetti possiamo vedere replicare le stesse strutture coloniali di sfruttamento che si sono manifestate durante la guerra alla droga”, oltre ad esserci anche “l’ovvia preoccupazione che un’iniezione di capitale possa arricchire e potenziare l’altamente problematico regime talebano”.





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