Nonostante secoli di persecuzioni e massacri le popolazioni indigene sono sopravvissute fino ad oggi. Si contano infatti più di 5mila popoli indigeni differenti che vivono nelle aree più remote della terra e sono riusciti ad adattarsi nel tempo e a mantenere la propria identità. Alcuni di questi non sono mai entrati in contatto con il mondo esterno e rappresentano i popoli più vulnerabili della terra nonché difensori della terra e portatori di conoscenze antiche. Di queste popolazioni indifese se ne occupa da quasi 50 anni Survival (www.survival.it), organizzazione internazionale che tutela questi popoli e i loro diritti umani, spesso ignorati. Ogni anno Survival segue più casi cercando di far rispettare i diritti di ogni singola persona, facendosi portavoce delle minoranze più deboli.

Survival nasce nel 1969 con l’obiettivo di informare sui problemi dei popoli indigeni e fare pressioni alle istituzioni affinché questi vengano rispettati. Com’è cambiata in questi anni la percezione nei confronti degli indigeni e dei loro problemi?
Survival International è stata fondata nel 1969 dopo la pubblicazione di un articolo del famoso giornalista britannico Norman Lewis sul Sunday Times, in cui venivano denunciate le atrocità inflitte agli Indiani brasiliani. Da allora, Survival ha lavorato per difendere i diritti dei popoli indigeni alle loro terre e a poter decidere liberamente del proprio futuro. A distanza di quasi cinquant’anni è indubbio che la situazione sia molto cambiata.
All’epoca i problemi maggiori dei popoli indigeni erano gli stermini di massa, la schiavitù, le epidemie e la disperazione di vedere improvvisamente cancellato il proprio universo nella quasi totale indifferenza del resto del mondo. In Brasile questi fenomeni erano talmente diffusi da far pensare che entro la fine del secolo nel Paese non sarebbe sopravvissuto nessun indigeno. Oggi in molti hanno cominciato a riconoscere l’inalienabilità dei loro diritti e il valore delle loro culture. Tuttavia, c’è ancora molto da fare. Molto spesso i popoli tribali vengono ancora descritti come arretrati e primitivi semplicemente perché i loro modi di vivere comunitari sono differenti. E le società industrializzate continuano in molti luoghi a sottoporli a violenza genocida, a schiavitù e razzismo per poterli derubare di terre, risorse e forza lavoro nel nome del “progresso” e della “civilizzazione”.

Quali sono i problemi più grandi per la sopravvivenza delle tribù incontattate? Quali sono invece le situazioni peggiori oggi?
Le tribù incontattate sono i popoli più vulnerabili del pianeta. Intere popolazioni sono sterminate dalla violenza genocida di esterni che le derubano di terre e risorse, e da malattie, come l’influenza e il morbillo, verso cui non hanno difese immunitarie. Ma quando i loro diritti sono rispettati, i popoli incontattati possono continuare a prosperare.
Una delle situazioni più urgenti è quella dei Kawahiva, una tribù di cacciatori-raccoglitori dell’Amazzonia brasiliana, costretta a vivere in fuga da decenni per sfuggire alle violenze dei taglialegna che hanno invaso le loro terre. Grazie a una campagna internazionale di Survival, lo scorso anno il ministro della Giustizia del Brasile ha finalmente firmato il decreto per riconoscere il territorio dei Kawahiva. Tuttavia, ad oggi, questo decreto non è ancora stato implementato e proprio di recente abbiamo appreso che alcuni politici locali stanno segretamente facendo pressione sul governo per aprire l’area a costruttori di strade, allevatori e coltivatori di soia. Se il loro territorio non sarà protetto al più presto, i Kawahiva rischiano l’estinzione.

Nei vostri rapporti avete spesso raccontato di come il “progresso possa uccidere” denunciando le devastanti conseguenze che la perdita della terra e dell’autonomia possono avere sui popoli indigeni. Quale può essere la via per fare in modo che questi popoli crescano in maniera indipendente prima che sia troppo tardi?
Imporre “lo sviluppo” ai popoli indigeni non porta mai a una vita più lunga e più felice bensì a un’esistenza più breve e miserabile. Questi popoli non sono mai stati distrutti dalla mancanza di “progresso” o “sviluppo”, ma dal furto della loro terra, giustificato da vecchie ideologie razziste su una loro presunta arretratezza. Quando sono privati delle loro terre e dei loro mezzi di sussistenza, la salute e il benessere dei popoli indigeni precipitano, mentre salgono i livelli di depressione, dipendenza e suicidio.
Ma tutto questo non è affatto inevitabile. Rispettare i diritti territoriali dei popoli indigeni è il modo migliore per assicurare il loro benessere. Laddove la terra gli è stata tolta, devono avere tutto il sostegno necessario per riottenerne quanto più possibile. Solo così potranno ricostruire la loro identità riaffermando il loro legittimo posto nel mondo, e adattare i loro valori a un mondo in continuo cambiamento, come facciamo tutti noi.

Cosa perderà l’umanità con l’eventuale scomparsa dei popoli indigeni?
I popoli indigeni rappresentano una parte essenziale della diversità umana, e hanno il diritto di poter scegliere come vivere. Inoltre, sanno prendersi cura dell’ambiente meglio di chiunque altro e sono i migliori custodi dei luoghi a più alta biodiversità della Terra; per questo, i popoli indigeni svolgono un ruolo assolutamente fondamentale nella nostra battaglia contro il cambiamento climatico e il degrado ambientale, per il nostro futuro e quello delle prossime generazioni.
La soluzione per garantire la sopravvivenza dei popoli indigeni è chiara: rispettare la legge e proteggere le loro terre. E Survival sta facendo tutto il possibile per garantirlo.

Un aspetto su cui vi dedicate molto è quello legato alla “scolarizzazione forzata”, in cui l’educazione viene usata per strappare i bambini alle famiglie e per cercare di controllare questi popoli. Quanto è diffuso il fenomeno e cosa fate nella pratica per fermarlo?
In tutto il mondo, l’obiettivo della scolarizzazione forzata è quello di rieducare i bambini indigeni. Questo tipo di scolarizzazione è profondamente dannosa per i bambini, per le loro famiglie e anche per il futuro delle loro tribù. Per molte comunità indigene è l’unica forma di istruzione disponibile.
Se continueremo a educare i bambini del mondo secondo un “modello unico”, presto non ci saranno più popoli indigeni a vivere nelle loro terre secondo stili di vita sviluppati nel corso di innumerevoli generazioni. La perdita delle loro conoscenze, dei loro stili di vita unici e della protezione delle loro terre impoverirà anche tutti noi, perché i popoli indigeni sono i migliori conservazionisti e custodi del mondo naturale.
Survival lancerà molto presto una nuova campagna per promuovere un ripensamento radicale dell’educazione indigena. Chiederemo che sia rispettato il diritto delle comunità indigene a decidere liberamente come educare i propri figli, e che nessun bambino, o famiglia, sia costretto a seguire un modello di istruzione che considera inappropriata.

Nella battaglia per l’oleodotto americano che dovrebbe passare sulle terre dei Sioux, oltre 2mila veterani di guerra americani avevano solidarizzato con la protesta portando all’interruzione dei lavori, oggi invece l’amministrazione Trump vuole procedere con la costruzione. A cosa può portare questo moderno scontro?
Quando l’ordine esecutivo di Trump ha dato il via libera al passaggio dell’oleodotto Dakota Access nelle loro terre, i Lakota Sioux hanno dichiarato: «Niente ci scoraggerà nella lotta per l’acqua pulita, vi chiediamo di continuare a lottare e restare al nostro fianco. Restiamo uniti e non cadremo».
Qualunque sarà l’esito di questa protesta, la lotta indigena per la difesa dei diritti umani e dell’ambiente non si fermerà. Standing Rock è infatti solo, e sfortunatamente, l’esempio più noto dei conflitti per la terra e le sue risorse in corso oggi nel mondo. I mezzi sono diversi, ma la resistenza e la determinazione dei popoli indigeni sono le stesse.
Dalle esili barricate dei Penan del Borneo malese alle lunghe catene umane dei Dongria Kondh dell’India fino alle frecce disposte a croce lasciate dalle tribù incontattate dell’Amazzonia lungo le vie di accesso ai loro territori come segnali di divieto, ovunque gli indigeni lottano strenuamente per fermare coloro che sventrano foreste, scavano miniere, invadono, rubano, inquinano, distruggono, e talvolta uccidono.

Oggi come possiamo tutelare i popoli indigeni?
La pressione dell’opinione pubblica è la forza più efficace per produrre cambiamenti e ottenere il rispetto dei diritti umani per i popoli indigeni, come dimostrano i tanti successi che abbiamo ottenuto in quasi cinquant’anni di lavoro. Tra le ultime vittorie recenti, ad esempio, quella per gli Awá del Brasile, considerati la tribù più minacciata del mondo; grazie alla pressione catalizzata dai sostenitori di Survival e dall’opinione pubblica in tutto il mondo, infatti, il governo brasiliano è intervenuto, dopo anni di stallo, per espellere tutti i taglialegna e gli invasori illegali dal territorio della tribù.

Lascia un messaggio ai lettori…
Si tratta di una delle crisi umanitarie più urgenti del nostro tempo ma possiamo, e dobbiamo, fare qualcosa per combatterla. Per questo invito tutti i lettori a visitare www.survival.it e a partecipare alle nostre campagne.

in collaborazione con Mario Catania

 





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