“Mentre osservavo quell’indigeno penetrare su una piccola canoa le lunghe onde a largo di Matavai Point, non potevo fare a meno di concludere che quell’uomo provasse la più sublime delle emozioni nel sentirsi trascinare con tale velocità dal mare” (James Cook – Tahiti – dicembre 1777)

Nel diciassettesimo secolo un esploratore europeo di nome James Cook visitando l’isola di Tahiti, rimase affascinato nel vedere un indigeno scivolare sulle onde dell’ oceano sulla sua canoa di legno. Successivamente spostatosi alle Hawaii, Cook notò che oltre alle canoe di legno usate dagli indigeni, i reali dell’isola usavano una tavola dello stesso materiale lunga circa cinque metri. La sensazione di libertà e rapporto “puro” fra uomo e mare da lui provata ad Haiti era la medesima; si trovava davanti ad un’antica usanza che dagli inizi del diciannovesimo secolo ai giorni nostri divenne uno sport popolare in gran parte del mondo, il SURF.

Agli inizi del diciannovesimo, questo sport approdò sulle coste californiane, introdotto da alcuni allievi hawaiani delle scuole militari americane che, dopo aver fabbricato delle tavole di sequoia , nel tempo libero iniziarono a surfare abilmente sulle onde della costa, sotto gli occhi stupiti ed ammirevoli della gente del luogo. Negli anni a seguire e fino all’ immediato dopo guerra (primi anni ’50), la diffusione di questo sport subì un sensibile rallentamento, dovuto principalmente appunto, all’avvento della prima guerra mondiale. Nonostante ciò, negli anni venti, Rabbit Kekai diede una svolta importante al surf, inventando e integrando un nuovo stile chiamato Hot Dogging che permetteva ai surfisti di cavalcare la parete dell’onda effettuando manovre strette ed elaborate, grazie anche all’utilizzo di tavole sensibilmente più corte.

Foto di Jacopo Emiliani

Finita la guerra, questo sport ebbe la sua grande rivincita: in America spopolò in pochissimi anni e venne consacrato a livello internazionale con la prima gara del continente, svoltasi a Makaha nel 1957. Questo fu il secondo evento che segno la storia del surf moderno che, oltre ad essere tutt’ ora una delle gare internazionali più importanti, gettò le basi per tecniche e stili che sono ancora oggi alla base del surf. Negli anni sessanta, il mondo dei “beach boys” spopolò anche nel cinematografia dell’epoca con la produzione di innumerevoli pellicole fra cui: The Endless Summer, Blue Hawaii (con la partecipazione di Elvis Presley), The Big Surf fino ad arrivare ai più recenti Point Break e Mercoledì da Leoni. Anche la musica ebbe il suo ruolo, con la nascita di gruppi come i Beach Boys, Surfaris ecc; queste correnti artistiche portarono alla luce lo stile di vita alternativo e contro corrente dei surfisti, fatto di spiagge bianche, grandi feste, continui viaggi con l’unico scopo di trovare e cavalcare l’onda perfetta, persone alla ricerca della libertà “mentale” e “fisica” che in fondo fu proprio quello che colpì Cook nel ‘700 e tutt’ora muove milioni di appassionati in tutto il mondo.

Ina a’ohe nalu, a laila aku i kai, penei e hea ai: Ku mai! Ku mai! Ka nalu nui mai Kahiki mai, Alo po i pu! Ku mai ka pohuehue, Hu! Kai ko’o Loa“. 

Quella riportata qui sopra è l’incisione sul tempio “Ku’emanu” a Kahaluu Bay, e sull’isola di Kona, dove i locali lasciavano offerte e pregavano i loro dei per invocare le onde. Il tempio Ku’emanu era un tempio riservato ai surfisti, da dove si poteva osservare il mare prima del surf e si poteva fare il bagno in una adiacente piscina naturale di acqua dolce per togliersi il sale da di dosso. Dopo più di un secolo il numero di coste e tratti di oceano scoperti e atti alla pratica di questo sport non sono cresciuti proporzionatamente al numero di surfisti, provocandone un sovraffollamento, cosa che, unita alla sua passione per i viaggi, portò Stuart Butler (scrittore e appassionato di fotografia) fin dalla giovane età, in giro per mezzo mondo. Butler oggi scrive e produce i suoi libri (Oceansurf Guidebooks) che sono delle vere e proprie guide alternative per surfisti, molto dettagliate e con un filo conduttore che lega lo sport in sé  alla cultura locale dei luoghi trattati. Queste guide attualmente sono reperibili in Spagna e Portogallo, con prossime uscite in Inghilterra e Francia. Ovunque voi siate, dalla California all’Australia, ricordatevi che queste regole fanno parte del codice di ogni buon surfista.

Marco Martemucci





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