La notizia da un paio di giorni sta facendo il giro del web e probabilmente l’avrete letta altrove, ma ciò che difficilmente emerge è la portata di un fatto che non può essere derubricato a semplice notizia di cronaca, ma che ci racconta di un evidente scontro di interpretazioni sulla legislazione che regola la canapa. Un conflitto che arriva sino ai vertici della magistratura, rappresentati dalle sezioni della Corte di Cassazione. Ma andiamo con ordine.

La polizia di Stato due giorni fa ha effettuato blitz in tutti i rivenditori di canapa della provincia di Forlì-Cesena. In tutto sono 16 gli esercizi commerciali investiti dall’operazione, nel corso della quale gli agenti hanno sequestrato 73 chilogrammi di cannabis light e denunciato 15 persone per detenzione e vendita di sostanze stupefacenti senza le autorizzazioni ministeriali previste.

La novità dell’operazione non risiede tanto nella portata della stessa. Il fatto è che per la prima volta la cannabis light è stata sequestrata a prescindere dal livello di THC contenuto. Fino ad oggi, infatti, le operazioni di polizia contro produttori e rivenditori di cannabis light erano sempre inserite in indagini volte a verificare se la cannabis immessa sul mercato fosse o meno conforme alle normative previste dalle leggi sulla canapa e con limiti legali di THC. Questa volta non è così.

Nelle operazioni di Forlì e Cesena si sostiene semplicemente che la vendita di fiori di canapa sia illegale. In altre parole non si vuole verificare se la cannabis rientri o meno nei limiti di THC imposti, ma si contesta semplicemente di aver venduto fiori di canapa. Come spiegato in termini un po’ astrusi dal dirigente della squadra mobile di Forlì nella conferenza stampa di rito: «La presenza delle infiorescenze esula dal valore del THC, anche se inferiore ai limiti previsti dalla legge, ricadendo pertanto nell’ambito della normativa sugli stupefacenti».

Come è possibile che si avvii un’inchiesta che equipara dei fiori di canapa legali a della droga? L’inchiesta – condotta dal pm Filippo Santangelo – muove evidentemente da una parere ultra-restrittivo dato dalla Corte di Cassazione lo scorso 29 novembre. Secondo i giudici la commercializzazione di infiorescenze di canapa non lavorate è sempre illecita e configura un’infrazione al codice degli stupefacenti a prescindere dal livello di THC contenuto.

Parte della cannabis light sequestrata dalla polizia di Forlì

Il problema è che il quadro giuridico, composto dalla legge sulla canapa e dal modo in cui questa si intreccia alle leggi sugli stupefacenti, è talmente contorto che anche le varie sezioni della Cassazione danno sovente pareri opposti sulla sua interpretazione.

Infatti pochi giorni dopo, lo scorso 7 dicembre, un’altra sezione della Corte (la Sesta) precisa che a suo avviso: “non sussistono i presupposti per il sequestro preventivo di infiorescenze di cannabis light poste in vendita e provenienti dalle coltivazioni eseguite nel rispetto delle previsioni di cui alla legge 2 dicembre del 2016 n. 242″. Insomma, si ribadisce che la commercializzazione di cannabis a contenuto legale di THC è perfettamente legittima (per chi abbia voglia di addentrarsi nelle pieghe giuridiche delle opposte interpretazioni della Cassazione consigliamo questo articolo).

Una confusione pazzesca che ancora una volta ci fa riflettere sul modo contorto con il quale vengono scritte e interpretate le norme di legge in Italia, dove un intero settore economico – quello della canapa – è sottoposto all’arbitrio di giudici, pubblici ministeri, questori, poliziotti e finanzieri. Sulla cannabis light si sta quindi consumando uno scontro politico, che evidentemente ha coinvolto anche alcuni settori della magistratura, da sempre divisa in correnti ideologiche. Uno scontro politico che sembra lontano dalla conclusione e che si consuma sulla pelle di imprenditori, commercianti e consumatori.

Parte delle infiorescenze sequestrate erano prodotte dall’azienda CBWeed, che giustamente chiede di sapere una volta per tutte in che modo debba lavorare attraverso il seguente comunicato: «Non è possibile che nonostante una legge ad hoc ci si ritrovi, ogni giorno, a combattere con la legge stessa. Pretendiamo dunque che le istituzioni ci indichino la strada, affinché non si verifichino più avvenimenti del genere. Se c’è un vuoto normativo che genera confusione e lascia spazio a interpretazioni estemporanee quest’ultimo va colmato e non spetta certamente a noi che di mestiere facciamo altro. La politica ci dica quindi cosa dobbiamo fare per rendere i nostri prodotti commerciabili e lo faremo senza battere ciglio».





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