Impara a tenere un orto. Sviluppa abilità pratiche, dalla cucina alla falegnameria, alla riparazione di macchine. Semplifica la tua vita, liberando più spazio fisico e tempo. Scopri tutto quello che puoi fare senza soldi: dai attenzione al valore affettivo delle cose, non a quello finanziario. Allontanati dalla dipendenza del consumare sempre di più. Preferisci prodotti artigianali che durano a lungo, di qualità, fatti da piccoli produttori.

Insomma, se non lo stai già facendo, cambia. Te stesso e le logiche che hanno guidato questo mondo finora. D’altronde il sistema capitalistico è al collasso, come il pianeta e se è vero che in tanti lo dicono, sono ancora troppo pochi quelli si attivano per il cambiamento. Sono pochissimi poi quelli che sanno dell’esistenza di un “Manuale di Progettazione” per un nuovo stile di vita già bello e pronto. L’ha scritto un visionario, Bill Mollison, e un agronomo, Ignazio Schettini, l’ha messo in pratica in Italia fondando il Laboratorio di Permacultura Mediterranea. Gli abbiamo chiesto di dirci di più.

Ignazio, cosa è la permacultura?
La permacultura (agricoltura permanente) è la progettazione e gestione consapevole di ecosistemi agricoli produttivi, aventi la stessa diversità, stabilità e resilienza degli ecosistemi naturali. In italiano si è da tempo consolidata la traduzione “permacultura” (anziché “permacoltura”) a indicare la totalità degli ambiti delle attività umane abbracciate dalla disciplina. Il termine inglese culture (permaculture), infatti, può significare sia “coltivazione” che “cultura” in italiano.

Puoi farci degli esempi concreti delle sue applicazioni nella vita quotidiana?
Gli esempi più diffusi sono quelli rappresentati da realtà produttive agricole che preservano il territorio con attività a “zero” impatto ambientale (anche se siamo lontani ancora dallo zero), e che quindi gestiscono l’agroecosistema in modo tale da rendere il paesaggio vario, ricco di biodiversità animale e vegetale, con una superficie agraria utilizzata in modo intensivo ma praticando la policoltura, ovvero favorendo la presenza di diverse colture in rotazione, così come di prati permanenti, leguminose, colture da granella, bosco e via dicendo, puntando a una produzione mista, cioè di tipo vegetale e animale. La presenza degli animali in azienda, oltre a servire come forza lavoro, può fornire cibo e materia organica. Quella materia organica poi viene utilizzata per le concimazioni ecc… Nulla di nuovo, ma rivisto nell’ottica dell’interazione tra le parti, sul funzionamento combinato, e sulla risultante dissonanza o armonia dei sistemi vitali e del tessuto sociale. La vita è cooperazione, dice Mollison, non competizione, e forme di vita diversissime tra loro possono interagire proficuamente l’una con l’altra e con l’ambiente fisico. L’agricoltura che chiamiamo convenzionale (sbagliando, perché per me oggi la convenzionale è quella che dal basso sta pian piano diffondendosi nel mondo!), quella intensiva in monocoltura e che fa uso di antibiotici e chimica di sintesi, ha distrutto questi legami, nel mondo naturale come nella società.

Che tipo era Bill Mollison?
Ho avuto la fortuna di conoscere Mollison nella maniera più intima che possa esistere. Mi sono preso cura di questo incredibile 86enne per tre mesi in Tasmania, Australia. Era una persona che provava un forte attaccamento nei confronti di questa Terra, e che ha fatto di tutto per trasmettere la sua visione e ciò che pensava ciascuno di noi potesse realizzare. Un uomo di poche parole, affilate come lame di coltello nei confronti di chi osava mentire a se stesso. Sapeva benissimo che la triste realtà è che l’umanità rischia di soccombere a causa della propria stupidità e mancanza di responsabilità personale verso la vita. Un uomo duro, che guardava in faccia alla realtà, che proponeva soluzioni, le stesse che noi oggi, dopo 30 anni, con dedizione portiamo avanti.

Mi sembra che Mollison in qualche modo condivida il pensiero di Rudolf Steiner, il padre dell’agricoltura biodinamica e di un sacco di altre cose, come la pedagogia Waldorf che tanta importanza dà al fare (costruire, coltivare…). Che tu sappia è stato un riferimento?
Sarei portato a dire sì, certamente. Bill Mollison ha sviluppato una scienza della terra interdisciplinare con potenziali ramificazioni positivistiche, integrate e globali, come lui stesso ha specificato: «Il movimento non ha un assetto centrale, ma si nutre di una forte condivisione. Ciascuno è libero di muoversi singolarmente, costituire un gruppo o lavorare all’interno di un’altra organizzazione. Cooperiamo con molti altri movimenti con credo e prassi differenti. Il sistema accoglie buone pratiche, mutuate da altre discipline e metodiche, e le integra in un tutto».

Come prepararsi a un futuro diverso dal presente, fatto di autoproduzione e decrescita?
Sicuramente non possiamo farci trovare impreparati. Dobbiamo tutti saper coltivare un orticello, serve a noi, serve a tramandare questo sapere e con esso i semi del futuro raccolto. La situazione attuale a livello globale dovrebbe aver aperto gli occhi di molti che dormivano sugli allori. Cito testualmente Mollison: «Mi giudicano un po’ tocco quando li invito a tornarsene a casa e prendersi cura dell’orto o a non lasciarsi tentare dall’agricoltura meccanizzata su larga scala, ma un po’ di riflessione e qualche lettura finiranno per convincerli che è, di fatto, la soluzione a molti problemi globali».

Quanto l’Italia potrebbe essere ricettiva a questo cambio di passo?
Per tradizione all’Italia non è mai mancato nulla sotto questo aspetto. Eppure il voler imitare, in un mondo globalizzato, sistemi distruttivi altrui, ci ha portati alla situazione attuale. Bisogna rispolverare il passato che ci ha reso tanto famosi e riprogettare il territorio in funzione degli esempi concreti di cui parlavo prima. Ancora una cosa… Bisogna farlo adesso.

Voi avete tradotto e portato in Italia il libro di Mollison “Manuale di progettazione”. Come siete entrati in contatto con questa “visione”?
Siamo un gruppo di ragazzi consapevoli e volitivi. Abbiamo, in modi diversi, riscoperto l’etica del giusto impiego, di cui il Manuale tratta, perché sappiamo che asservendo manodopera e competenze ad attività distruttive, diventeremmo noi stessi distruttori. L’Italia poi, che poco mastica la lingua inglese, aveva bisogno di accedere ai contenuti di questo libro per avere chiare le direttive da seguire. Sono onorato di poter dire che oggi “Permacultura – Manuale di progettazione” è a disposizione di tutti coloro che con noi decidono di fare il primo passo verso la transizione.

Gestisci a Bari il progetto “Ta’ Rossa”, un’azienda agricola urbana progettata secondo i principi della permacultura. Come funziona e che insegnamenti ne hai ricavato finora?
Si tratta di un processo. Sono un agronomo e dovrei sapere molto in merito all’argomento quando invece scopro di non sapere. Leggere, studiare e metterci le mani sono le regole che ti permettono di imparare qualcosa. Non meno importante è poi saper fermarsi a osservare come tutto evolve, parecchi sono gli insegnamenti che se ne traggono.

a cura di Mena Toscano
Giornalista dal 1999, scrive solo per riviste indipendenti





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